DALL’ICI ALLA FLAT TAX… CON LO STESSO EFFETTO

Sento dire che delle elezioni così false e bieche come quelle del 4 marzo ’18 non le avevano mai vissute. Sbagliano.
Scrivere il libro dei sogni fa parte della competizione politica, è giustificata, ed è soprattutto uso e costume dei paesi occidentali. La frottola più fruttuosa fu sparata da Berlusconi nell’aprile del 2006 durante il duello televisivo con l’allora antagonista Prodi: “avete capito bene, aboliremo l’Ici”, l’elettore non si accorse del pesce d’aprile, forse perché era il 3 di aprile e il pesce si fa sentire dopo tre giorni. Sette giorni più tardi Berlusconi non riuscì a rinnovare i due rami del Parlamento, perse le elezioni, ma ricavò quasi 25.000 voti. Mica male.
Far sperare l’elettorato paga e questo sistema è entrato a far parte della piattaforma programmatica di tutti, o quasi tutti, i partiti. Una scarpa oggi e l’altra domani non piaceva più, i voti servono nell’immediato.
Ma quanto si può alzare l’asticella della menzogna? Diciamoci la verità: Berlusconi la alzò ma non di molto perché la sua promessa valeva qualcosa come meno di 3 mld di euro, tanto era il gettito dell’Ici sulla prima casa. Cosuccia da poco se oggi andiamo a vedere quanto è stata alzata sempre dallo stesso Berlusconi, da Salvini e da Di Maio per sostenere sia la flat tax sia il reddito di cittadinanza.
Quanto ci costerà la flat tax al 15%? Al 23%? E il reddito di cittadinanza? Quota 100?
Le domande ci sono e vengono loro fatte ma nessuno riesce risponderle, il più coraggioso se ne esce con: “le coperture le abbiamo trovate”. Sì, lallero! Chi fa politica, chi amministra la cosa pubblica, dai piccoli ai grandi Comuni, Province e Regioni sa che non deve promettere ciò che non ha o ciò che non avrà. Eppure la cosa che si fa quando ci si candida alle elezioni è promettere e le promesse più attraenti, quelle che ti mettono in buona luce, sono e sempre saranno l’abbassamento delle tasse.
Il guaio vero è se poi ti capita veramente di vincere. La sventura successiva è se ti metti in testa di mantenerle veramente, povero debito pubblico. Frequento le piazze, vado nei bar ed è lì che senti le vere scioccherie. Le perle arrivano col tramonto, non prima del radiogiornale e neppure dopo il Tg, ma alle 18,30 in pieno aperitivo. “Il debito pubblico lo deve pagare chi lo ha fatto”, dice quello perso. Sì, ha ragione da vendere, quindi tutti noi, tutti insieme, perché è entrato nel nostro benessere, nel nostro tenore di vita. Anche comprando il consenso elettorale.
L’economia assistita, che una volta era prevalentemente un vizio meridionale, oggi è diventata un diritto di gran parte del Paese. Questo è un guaio enorme. Gli elettori, quando incontrano gli eletti, la gran parte delle richieste che viene fatta a loro, alla politica, è di avere qualche cosa: ottenere per sé un trasferimento, una rendita, un privilegio. Ma in questo modo non chiedono libertà, chiedono dipendenza, non chiedono di potersi arricchire ma chiedono una parte della ricchezza collettiva e questo meccanismo ha creato il Paese europeo col più alto debito pubblico.

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