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LEGGE DELL’ALTIMETRO

Il problema di definire esattamente cosa sono i Comuni montani – 

La bozza di riforma sulla perimetrazione dei Comuni montani, presentata dal ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Roberto Calderoli, sembra uscita dal copione di Totò: come in “‘A livella” uno strumento adoperato per mettere tutto in piano viene usato senza guardare cosa c’è davvero sotto. Solamente che qui la livella non rende tutti uguali davanti allo stato delle cose ma appiattisce territori diversi, come se bastasse una bolla d’aria per decidere cosa è montagna e cosa no. Ridurla a una somma di metri sul livello del mare e a percentuali di pendenza significa confondere la mappa con il territorio. E come sempre accade, chi paga il prezzo di questa confusione sono le aree più fragili.
Come sta denunciando l’Anci, la nuova classificazione ha fatto infuriare 1.357 sindaci poiché riduce drasticamente il numero dei Comuni considerati montani. La logica “meno beneficiari, più risorse per ciascuno” è nota, ma regge soltanto se il criterio di selezione intercetta davvero il bisogno. Qui invece il discrimine è geometrico e non sociale. La bozza di decreto individua tre parametri di riferimento, tutti fondati su altitudine e pen-denze. Il criterio principale stabilisce che un Comune rientra tra quelli montani soltanto se almeno il 25% del suo territorio supera i 600 metri sopra il livello del mare e se almeno il 30% della sua superficie presenta pendenze superiori al 20%. Un secondo criterio amplia la platea sulla base di un dato medio, includendo i Comuni con un’altitudine media oltre i 500 metri. Infine è prevista una clausola per i territori cosiddetti “interclusi”. ossia quei Comuni completamente circondati da aree già riconosciute come montane, purché raggiungano un’altitudine media di 300 metri.
Si resta dentro o si viene esclusi non perché si stia meglio o peggio ma perché una soglia numerica lo stabilisce. La montagna è fatta di vincoli e definirla soltanto in base alla distanza verticale di un punto rispetto al livello medio del mare equivale a ignorarne la realtà più concreta. È distanza dai servizi, costi più alti, infrastrutture deboli, spopolamento costante. Vi sono territori che non superano certi livelli altimetrici ma condividono tutte queste difficoltà. Eliminarli dall’elenco dei Comuni montani non li rende improvvisamente più forti: li rende soltanto invisibili.
Nel testo presentato dal ministro Calderoli si promette che i veri correttivi arriveranno in un secondo tempo sulla base di parametri socio-economici, ma c’è un dettaglio decisivo: quei parametri sono validi solo per chi è già stato incluso nell’elenco iniziale. La prima selezione diventa così un muro e chi resta fuori non sarà in grado di dimostrare di aver bisogno. È un’impostazione che rovescia la logica dell’intervento pubblico: prima si esclude, poi – forse – si aiuta. C’è anche un aspetto che sfugge a chi guarda soltanto i conti: quando un’area si svuota il dissesto idrogeologico aumenta, la manutenzione del territorio salta, i costi si spostano altrove e ricadono su tutti. Pensare di risparmiare oggi significa spesso spendere di più domani in emergenze e riparazioni. Chi ha un minimo di coerenza non difende lo Stato ovunque, ma pretende che si faccia laddove serve. E serve dove le condizioni di partenza sono più dure, non dove l’altimetro segna il numero giusto.
Il confronto con enti locali e territori è ancora aperto e questa è sicuramente una buona notizia. Però non basterà ritoccare qualche eccezione per rendere equa la riforma. Più che altro serve un cambio di prospettiva che riconosca che la montagna è una concretezza complessa, fatta di persone prima che di pendenze. Continuare a misurarla con strumenti sbagliati non la renderà di certo governabile ma soltanto più sola e distante.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione