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PARLAMENTARI E CUOCHI

Più gente in cucina per far mangiare meno persone ha un sapore amaro – 

In un vecchio film del 1973, “La grande abbuffata” di Marco Ferreri, si racconta non come si possa mangiare troppo ma come si possa decidere di morire di troppo cibo. Il motore della storia non è l’eccesso accidentale bensì un appuntamento consapevole con la fine, consumata tra portate sempre più elaborate e sempre meno necessarie. Non parla di politica, ma come spesso accade il cinema arriva dove il dibattito pubblico si arresta. E centra un punto essenziale: quando il senso del limite viene abbandonato, non si produce abbandono ma si prepara il degrado.
Oggi quella storia sembra trovare una versione istituzionale dentro il Parlamento italiano, dove una società partecipata cresce, assume, si allarga e soprattutto cucina. Molto, forse troppo. A Montecitorio opera infatti CD-Servizi Spa, società in house partecipata integralmente dalla Camera dei deputati e nata con l’obiettivo dichiarato di ‘razionalizzare’. Parola che nella Pubblica amministrazione indica quasi sempre l’inizio del contrario. Doveva ridurre i costi, sostituire i privati, semplificare. Ha prodotto appetito. Più personale, più ruoli, più spesa. Con metodo, va detto. Tanto che il piano di gestione della società per il 2026 segnala, con linguaggio impeccabile, che «nel 2025 la cucina per i deputati è stata limitata da una carenza importante: quella di “personale addetto al lavaggio delle verdure”». Non è satira: è un documento ufficiale.
Nel frattempo arrivano 96 nuovi addetti ai cosiddetti “servizi di supporto operativo”, figure che accompagnano, segnalano, spostano sedie, accendono e spengono microfoni. Il Parlamento ha perso deputati e senatori ma ha guadagnato personale. In sostanza, abbiamo ridotto il numero di chi parla e aumentato quanti regolano il volume. Una riforma coerente, se si pensa che il silenzio è sempre stato considerato una virtù civica.
Il cuore della vita parlamentare oggi non sembra più essere l’Aula ma la cucina. Lì l’ambizione è alta: sono richieste stagionalità, coltivazioni a chilometro zero, filiere territoriali, soddisfazione della clientela. Clientela, appunto. Non cittadini, non elettori. Clienti. Con tanto di sconti serali per portare a casa la cena. Anche il potere, come il cibo avanzato, non si butta via. La grande abbuffata in versione d’asporto, senza sensi di colpa.
Le spese sostenute dalla Camera dei deputati per la ristorazione e il personale addetto quest’anno supereranno i 4 milioni di euro e promettono di crescere ulteriormente. Si assumono cuochi, poi aiutanti per le pulizie che consentano ai cuochi di lavorare al meglio, quindi addetti per migliorare la presentazione dei piatti. Tutto molto curato. Come nei ristoranti eleganti, dove il conto arriva dopo, quando ormai è inutile protestare.
A fare opposizione dovrebbero essere quelli che promettevano di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, gli stessi che hanno voluto il taglio dei parlamentari, venduto all’epoca come una necessaria e urgente rivoluzione morale. Il risultato è stato immediato: meno eletti, minore rappresentanza territoriale (errore grave e difficilmente reversibile) e più personale non eletto dentro il Palazzo. In compenso si è guadagnato più spazio per stare comodi mentre si mangia. Meno politica, più apparato. Meno voce ai cittadini, più voci in cucina.
Non è una questione di privilegi (parola comoda per evitare il punto): è una questione di proporzioni. E prima ancora di libertà, che non cresce con il numero dei lavapiatti né con l’eleganza dell’impiattamento. Cresce con istituzioni che rappresentano, decidono e rispondono. Qui si è scelto di dimagrire dove serviva forza e di ingrassare dove sarebbe bastata sobrietà. La politica che taglia sé stessa per poi circondarsi di personale di contorno non è austera: è incoerente. Predica austerità e investe nella mise en place. Riduce i rappresentanti e moltiplica l’apparato.
“La grande abbuffata” finiva male. Vale anche per le istituzioni. Perché quando la misura scompare, la buona politica non viene servita. E nessuna cucina, per quanto raffinata, può sostituire il Parlamento.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione