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UNA COSTITUZIONE VIVA CAMBIA

Non va venerata ma rispettata e aggiornata – 

Una frase ritorna, puntuale come una sentenza, e ogni volta m’inquieta. Uno slogan buono per ogni stagione: “La Costituzione non si tocca”. Sia chiaro, la Costituzione italiana non è una reliquia e non è neppure un santino da mettere sotto vetro. È una regola del gioco che vive dentro la storia di un Paese che cambia (e meno male!). E infatti è stata cambiata. Più volte. Spesso bene.
Non bisogna di certo essere costituzionalisti per sapere che nel 2023 si è intervenuti sull’articolo 51, introducendo il principio delle pari opportunità nell’accesso alle cariche pubbliche. Non è mica un dettaglio lessicale, piuttosto un salto culturale. Prima l’uguaglianza tra uomini e donne era proclamata in astratto, dopo quella modifica la Repubblica si è assunta l’obbligo di promuoverla concretamente. È la differenza tra il dire «Siete uguali» e il creare le condizioni perché lo siate davvero.
Per fare altri esempi, nel 2007 si è chiusa definitivamente la porta alla pena di morte, eliminando dall’articolo 27 il riferimento alle leggi militari di guerra. Una clausola che non produceva effetti pratici, ma che sopravviveva come un fossile giuridico. Togliendola non si è profanata la Carta, ma si è reso coerente il suo impianto con un principio non negoziabile: la dignità della persona. E nel 1999, con la riforma dell’articolo 111, si è scritto nero su bianco il principio del giusto processo: giudice terzo e imparziale, parità tra accusa difesa, ragionevole durata. Garanzie che prima erano affidate all’interpretazione ora sono presidio costituzionale. Non è stato un vezzo accademico, ma una scelta di civiltà giuridica. Se avessimo ascoltato i sacerdoti dell’intangibilità, oggi avremmo una Costituzione meno giusta e meno moderna.
Il punto, dunque, non è se la Carta si possa cambiare. Il punto è come farlo e perché. Una riforma è legittima quando amplia le libertà, rafforza le garanzie, migliora il funzionamento delle istituzioni. Mai quando concentra potere, mai quando indebolisce i contrappesi, mai quando nasce per convenienza di parte.
Chi trova rifugio nello slogan evita il merito, e il merito è l’unica cosa che conta. Prendiamo la questione della separazione delle carriere nella magistratura. Si può essere favorevoli o contrari. Ma non è un attentato alla democrazia discuteme. È un tema che riguarda l’equilibrio tra accusa e difesa, l’imparzialità del giudice, la struttura del processo. Si entra nel merito valutando effetti, rischi e benefici. Il costituzionalismo liberale non è conservazione immobile. Al contrario, è manutenzione continua delle regole seguendo un criterio chiaro: più libertà, più responsabilità, più trasparenza. La nostra Carta è nata per durare e non per essere imbalsamata. Non si discutono i suoi principi fondamentali – libertà, uguaglianza, pluralismo, dignità della persona – ma le modalità con cui renderli effettivi. E talvolta queste si devono aggiornare.
La retorica sacrale serve a non decidere, mentre la politica deve scegliere. La Costituzione si tocca quando serve a renderla più coerente con i suoi stessi valori, si tocca quando la realtà mostra una crepa nelle garanzie e si tocca quando la libertà dei cittadini può essere difesa meglio. Il vero tradimento non è cambiarla: è usarla come scudo ideologico per non affrontare i problemi.
Le Costituzioni vive si riformano. Quelle morte si venerano.
E noi abbiamo bisogno di una Legge fondamentale del primo tipo, non del secondo.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione