Vai al contenuto

PRIMA TEMPORANEI E POI ETERNI

I bonus sono soldi da incassare, ma anche una spesa da coprire – 

Nel nostro strano Paese i bonus hanno una peculiarità: nascono come strumenti temporanei e muoiono come diritti violati. Nel momento in cui qualcuno prova a toccarli, il loro scopo smette di essere economico e diventa morale. Non si parla più di conti pubblici o di scelte politiche, ma di dignità offese, categorie prese di mira e cultura minacciata. È quello che sta succedendo alla Carta del Docente, il bonus da 500 euro introdotto nel 2015 dal governo guidato da Matteo Renzi. L’esecutivo di Giorgia Meloni ha deciso di ridimensionarlo e immediatamente si è alzato il consueto coro: si taglia la scuola, si colpiscono gli insegnanti, si mortifica la cultura. È un riflesso quasi automatico. Ogni bonus – dopo qualche anno – smette di essere percepito per quello che è e diventa parte dell’ordine naturale delle cose. Non più una misura temporanea, ma un pezzo di reddito dato per acquisito.
Quando tale misura fu introdotta, faceva parte di una stagione politica che scoprì con entusiasmo la redistribuzione mirata. Tanto è vero che arrivarono gli 80 euro ai lavoratori dipendenti e i 500 euro per la cultura ai 18enni. Poi seguirono il bonus bebè e gli incentivi per mobili, ristrutturazioni ed efficienza energetica. E chi più ne ha più ne metta. Un catalogo di misure spesso popolari, talvolta persino sensate, ma accomunate dalla stessa logica di lasciare intatto il sistema e moltiplicare le eccezioni.
Curiosamente tra i più indignati per il ridimensionamento della Carta del Docente vi è proprio Matteo Renzi, che quella misura (attraverso i social) la rivendica con orgoglio. Più che interrogarsi su quanto quella stagione di bonus abbia contribuito a complicare il sistema, la difende come fosse una conquista strutturale. A dar fiato a questa tromba, che a me suona decisamente stonata, ci sono anche i sindacati. Il segretario generale della Uil Scuola ha ribadito la necessità di reperire ulteriori risorse per evitare di ridurre l’importo del sussidio (finora pari a 500 euro annui), definendolo un riconoscimento importante del lavoro svolto quotidianamente da migliaia di lavoratori precari della scuola.
Conviene dirlo chiaramente, il bonus ha un grande vantaggio politico: produce gratitudine nel breve tempo. Non è una riforma di fondo e neppure una promessa lontana, ma una cifra precisa che entra nella vita quotidiana delle persone. Il travaglio arriva dopo. Ogni bonus nasce come temporaneo, ma col tempo diventa permanente nella percezione di chi lo riceve e alla fine non è più un aiuto: diventa una parte del reddito e toccarlo diventa pressoché impossibile.
Il punto però non è difendere o attaccare la Carta del Docente. Il punto è capire che uno Stato moderno, quale vuol essere il nostro, non dovrebbe funzionare attraverso una collezione di piccoli assegni destinati a categorie diverse.
Dovrebbe funzionare con regole semplici, tasse più basse e servizi che non abbiano bisogno di bonus per sembrare accettabili. Ma questa è la strada difficile. Le riforme richiedono tempo e sovente non portano gradimento immediato. I bonus invece sì.
E invero in Italia continuano a moltiplicarsi, perché distribuire un bonus è sempre una buona notizia. Finché non giunge il momento di pagarlo.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione