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DIFFICILE EQUILIBRIO FRA LIBERTA’ E PERICOLO

Il Tribunale di Milano chiamato a intervenire sui prodotti digitali – 

Tra un mese esatto nelle aule del Tribunale civile di Milano non soltanto andrà in scena un contenzioso legale, ma sarà in gioco una questione ben più ampia: fino a dove può spingersi l’intervento dello Stato nel plasmare il funzionamento dei prodotti digitali con l’obiettivo di proteggere, in questo caso, i più giovani. E un equilibrio delicato e particolarmente sensibile, perché mette a confronto due esigenze entrambe legittime: da un lato la tutela alla salute, dall’altro il rischio che la protezione finisca per trasformarsi in un eccesso di ingerenza.
La richiesta avanzata dal Moige (Movimento italiano genitori), un’associazione non profit storicamente e culturalmente radicata nel mondo cattolico e impegnata in ambito educativo e nella protezione dei minori per esempio da pedofilia e bullismo, si presenta tanto ambiziosa quanto inedita: non si limita a chiedere un risarcimento né a invocare sanzioni, ma mira a ottenere una modifica strutturale del funzionamento delle piattaforme social. In altre parole, si chiede al giudice di intervenire sull’assetto stesso del prodotto. È un salto logico e giuridico notevole, perché implica attribuire al tribunale un ruolo che – fino a oggi – è stato proprio del mercato, della regolazione legislativa e, in ultima istanza, della responsabilità individuale.
Non è una novità che i network usino meccanismi pensati per tenere le persone coinvolte, basati su ricompense che arrivano in modo imprevedibile. Che questi meccanismi possano avere effetti problematici, soprattutto sugli adolescenti, è un tema serio e documentato. Ma trasformare questa consapevolezza in una responsabilità giuridica che imponga la riprogettazione dei prodotti apre interrogativi che vanno ben oltre il caso specifico. Perché, se passa questo principio, diventa inevitabile chiedersi quale altro prodotto potrà essere giudicato per come è stato progettato al fine di influenzare i comportamenti. E a chi toccherà stabilire il confine fra uso e abuso, fra libertà e tutela?
I dati citati – ore trascorse online, esperienze negative, disturbi in aumento – sono allarmi e non vanno sottovalutati. Sarebbe irresponsabile farlo. Ma altrettanto irresponsabile sarebbe attribuire a un solo fattore, per quanto pervasivo, la complessità del disagio giovanile. I social amplificano, non creano dal nulla. Sono uno strumento potente che riflette e spesso esaspera fragilità già presenti. Vi è poi un punto che una sensibilità liberale non può non osservare: la responsabilità educativa. Delegarla ai giudici o alle piattaforme è una scorciatoia che rischia di indebolire proprio quei soggetti – famiglia e scuola – che dovrebbero essere i pri-mi presidi. Pensare che una modifica dell’algoritmo possa sostituire il ruolo degli adulti è non soltanto illusorio, ma pericoloso.
Questo non significa lasciare le piattaforme senza regole. Significa però distinguere fra regolazione e sostituzione.
La prima è necessaria, la seconda è una resa. Trasparenza sugli algoritmi, strumenti di controllo per i genitori, limiti chiari per i minori: questo è il terreno su cui la democrazia del nostro mondo può e deve intervenire. Diverso è chiedere al giudice di decidere come debba funzionare un prodotto digitale nel dettaglio. La causa di Milano è dunque destinata a fare scuola non tanto per il suo esito, quanto per le domande che solleva. La più importante è invero molto semplice: vogliamo una società in cui tutti si assumano le proprie responsabilità nel gestire i rischi oppure una in cui si provi a eliminarli affidandosi alle decisioni dei giudici? Perché nel primo caso si cresce, nel secondo si delega. E una società che delega tutto, presto o tardi smette anche di capire.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione