Soldi del contribuente per finanziare le produzioni –
Il cinema non è sinonimo di cultura finanziata dallo Stato. E non è neppure una mangiatoia pubblica. Le due cose possono convivere soltanto in Italia, dove appena si tocca un finanziamento pubblico parte il coro degli indignati: «State uccidendo la cultura!». No, calma. La cultura non coincide con il sussidio e il talento non si misura con i contributi ricevuti.
La polemica sul mancato finanziamento del documentario dedicato a Giulio Regeni ha riportato in superficie una questione che vive da sempre. Ma qui contano i numeri, perché raccontano una realtà molto meno romantica di quella recitata sui palchi dei festival. Nel 2023 il Fondo cinema valeva circa 746 milioni di euro. Oltre il 70% di queste risorse non andava a valutazioni artistiche o culturali ma al tax credit, cioè a incentivi fiscali automatici per le produzioni. La parte davvero discrezionale – quella dei contributi selettivi – valeva poche decine di milioni. Nel frattempo, la dotazione minima del Fondo è stata progressivamente ridotta: dai 750 milioni del 2022 si scenderà ai 500 milioni previsti a partire dal 2027. Apriti cielo. Come se si stesse smantellando la civiltà occidentale.
Ma la domanda è un’altra: quei soldi erano veramente allocati nel miglior modo possibile? Perché una cosa è sostenere un’industria culturale, un’altra è mantenere una struttura pubblica in cui una parte della produzione viene decisa da commissioni ministeriali che stabiliscono cosa abbia “valore culturale” e cosa no. È lì che il sistema italiano mostra la sua fragilità, fra criteri poco chiari, inevitabili giochi di relazioni e appartenenze che pesano più delle idee, con il risultato oramai noto di una quota di produzione che vive di finanziamento pubblico ma non trova pubblico.
Il mercato insegna che se finanzi soltanto ciò che vende, premi quasi esclusivamente il prodotto commerciale; noi, per equilibrio, finanziamo anche ciò che non interessa a nessuno.
Hollywood è diventata Hollywood anche grazie agli sgravi fiscali e alla capacità di attrarre investimenti, non attraverso commissioni pubbliche chiamate a stabilire il valore estetico delle opere. In Italia si continua invece a confondere il sostegno all’industria con la costruzione di una sorta di accademia permanente della cultura finanziata dallo Stato. E i risultati si vedono anche al botteghino: quando gli italiani vanno al cinema, scelgono più di tutto film americani perché il mercato globale premia la distribuzione e la competitività.
Il caso Regeni aggiunge una dimensione emotiva alla discussione, ma non cambia il punto. Si può ritenere quella storia meritevole di essere raccontata e molti lo fanno. Ma il finanziamento pubblico non può diventare un diritto soggettivo dell’artista né una medaglia appuntata dallo Stato. Se passa il principio che ogni opera ‘impegnata’ debba essere sostenuta, il sistema diventa insostenibile: tutti rivendicheranno fondi pubblici in nome della cultura, dell’arte o della funzione civile del proprio lavoro.
In questo quadro, la riduzione progressiva della dotazione del Fondo non è uno scandalo. È semplicemente il momento in cui qualcuno ha iniziato a chiedersi quanto di questo sistema produca valore e quanto serva soltanto a mantenere in vita una piccola corte autoreferenziale convinta di coincidere con la cultura italiana. Non si vuole insomma “uccidere’ la cultura, semmai smetterla di trattare il finanziamento pubblico come un diritto acquisito e indistinto. Se il cinema è un’industria culturale, allora va trattato come tale: con incentivi, regole chiare e responsabilità. Non come una rendita giustificata dal solo fatto di esistere.
Matteo Grossi
Scritto per La Ragione