Non si può usarlo come sostituzione della medicina –
Il Pronto soccorso non è un ambulatorio aperto 24 ore su 24 per qualsiasi malanno né un parcheggio sociale dove scaricare le inefficienze della medicina territoriale. E il luogo in cui si salvano vite. E questo dovrebbe bastare a capire perché il sistema sia ormai arrivato al limite. Il decalogo proposto dai medici dell’emergenza, pubblicato sull’ Emergency Care Journal” non è una lamentazione corporativa ma la descrizione realistica di un servizio pubblico che continua a reggere soltanto grazie all’abnegazione di chi vi lavora: basta codici bianchi, un triage unico nazionale, stop alle attese infinite dei pazienti ricoverati nei corridoi, meno esami inutili.
Quando metà degli accessi riguarda casi non urgenti, il problema non è il Pronto soccorso ma tutto ciò che manca prima. In Italia si è consolidata un’idea pericolosa, quella che il Pronto soccorso debba risolvere qualsiasi cosa, sempre e subito: una febbre, un disturbo presente da giorni, un esame che il territorio non riesce a garantire, una visita che richiederebbe mesi. Ma se tutto diventa emergenza, l’emergenza smette di esistere. E infatti oggi medici e infermieri passano più tempo a gestire sovraffollamento e attese che a fare ciò per cui quel sistema è nato, ovvero diagnosticare rapidamente le patologie gravi e intervenire quando il tempo decide a favore della vita o della morte.
La verità è che il problema non si risolve aggiungendo barelle nei corridoi, semmai si risolve rimettendo ordine nelle priorità. Servono una rete territoriale che funzioni veramente, strutture intermedie, medici messi nelle condizioni di lavorare. E serve anche il coraggio politico di dire ai cittadini una cosa semplice ma impopolare: il Pronto soccorso non è un diritto da usare a piacimento ma una risorsa collettiva da utilizzare con responsabilità.
Occorre inoltre chiedere regole nazionali uniformi. E’ difficile spiegare perché un paziente debba essere classificato in modo diverso a seconda della regione in cui si trova o addirittura dell’ospedale in cui entra. In uno Stato serio, i criteri clinici dovrebbero essere uguali ovunque.
C’è poi la questione del personale. Se una disciplina fondamentale diventa una delle meno attrattive, vuol dire che il sistema ha fallito. Non è bastevole invocare vocazione e sacrificio all’infinito. Chi lavora nell’emergenza fa un mestiere usurante, sotto pressione continua, con responsabilità enormi e turni massacranti. Pensare che tutto questo possa reggersi soltanto sul senso del dovere è un’illusione. Anche il tema della medicina difensiva non può più essere rimosso. Quando un medico prescrive esami inutili soltanto per paura di conseguenze giudiziarie, il risultato è un sistema più lento, più costoso e spesso peggiore per i pazienti stessi. Il principio della responsabilità personale nei casi di grave negligenza o di colpa grave va mantenuto, ma il terrore permanente dell’azione penale non migliora la qualità della medicina.
Infine c’è un punto decisivo: smettere di considerare il Pronto soccorso come un comparto separato dal resto della sanità. Se si blocca l’uscita verso i reparti, se il territorio non funziona e se manca personale, il Pronto soccorso collassa. È un termometro dell’intero sistema sanitario. Il punto è che in Italia continua ancora a salvare vite non grazie alla politica oppure all’organizzazione, ma soltanto perché è tenuto in piedi da professionisti che lavorano oltre il limite della sostenibilità. E uno Stato serio dovrebbe vergognarsi di affidare un servizio essenziale all’eroismo quotidiano dei suoi dipendenti.
Eppure accade questo: siamo bravissimi nelle emergenze vere e pessimi nel proteggere chi quelle emergenze le affronta ogni giorno. Per questo il Pronto soccorso andrebbe difeso prima ancora di essere applaudito.
Matteo Grossi
Scritto per La Ragione