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DA UN PARTITO ALL’ALTRO, PER CONVENIENZA

Agostino Depretis era un dilettante. Potrebbe andare a lezione presso una massa di pronipoti. Il padre della stagione trasformista costruiva le ragioni che portavano parlamentari vaganti a recargli il sostegno del proprio voto, costruiva motivazioni, nobilitava gli scopi. I trasformisti odierni sono una massa autogenerata, dichiaratamente intenta a cercare uno spazio per sé. A darsi un peso più che una politica.
L’ingresso di nuovi deputati in Futuro Nazionale ha riportato l’attenzione su un fenomeno che da anni caratterizza il Parlamento italiano: il cambio di casacca come pratica ordinaria della vita politica. Non si tratta di discutere la legittimità costituzionale del fenomeno. L’articolo 67 della Costituzione esclude il vincolo di mandato e tutela la libertà del parlamentare. Il punto è un altro: la distanza che separa quella libertà dalla sua degenerazione.
Dal 1948 al 1992, nell’arco di oltre quarant’anni di Repubblica, i parlamentari che cambiarono partito mentre erano in carica furono appena undici. Undici. Non undici all’anno, non undici per legislatura: undici in oltre quattro decenni. Non perché allora mancassero ambizioni personali. La politica è fatta di uomini e gli uomini non cambiano natura. Ma esisteva un costo. Chi abbandonava il partito con cui era stato eletto metteva in conto il disvalore del disonore. Era considerato un traditore dagli ex compagni, un opportunista dagli avversari, un soggetto poco affidabile dagli elettori. La reputazione aveva un peso politico.
Nei partiti del Novecento persino il semplice cambio di corrente veniva osservato con sospetto. Poteva essere il segno di una maturazione politica, ma più spesso veniva interpretato come un esercizio di carrierismo. Con la fine della Prima Repubblica è evaporato il costo del trasformismo. Anzi, il cambio di partito è diventato una risorsa da spendere sul mercato parlamentare. Le cifre delle ultime legislature mostrano una progressione impressionante. Nella sedicesima legislatura i cambi di gruppo furono 261. Nella diciassettesima salirono a 564. Nella diciottesima si fermarono a 465. In quella attuale sono ancora molto meno numerosi, ma il fenomeno è tornato a crescere.
Il dato più eloquente non è però il numero complessivo dei cambi. È che si è arrivati al punto in cui i cambi di casacca sono stati più numerosi dei parlamentari coinvolti. Nella diciassettesima legislatura si registrarono 564 cambi per 343 parlamentari interessati. Significa che molti non si limitarono a traslocare una volta. Alcuni fecero del passaggio da un gruppo all’altro una vera professione. Nella legislatura successiva i cambi furono 465 e i parlamentari coinvolti 306. Anche in quel caso, più cambi che protagonisti. Il parlamentare non cambia partito perché è cambiata la sua idea del Paese. Cambia collocazione perché è cambiata la sua convenienza.
Depretis almeno elaborava una teoria politica del trasformismo. Discutibile, ma esistente. I suoi eredi contemporanei spesso non sentono nemmeno il bisogno di costruirne una. Passano da una sigla all’altra con la stessa naturalezza con cui si cambia posto a tavola. La libertà del mandato parlamentare è una conquista democratica e va difesa. Ma una democrazia liberale vive anche di responsabilità verso gli elettori. Se la libertà si trasforma nell’assenza di qualsiasi vincolo morale e politico, allora il Parlamento smette di essere il luogo della rappresentanza e diventa il mercato della rappresentazione.
È questa la differenza fra ieri e oggi. Un tempo il trasformista cercava almeno di giustificarsi. Oggi concorre al premio per il miglior giocoliere.

Matteo Grossi