Promettere molto e spiegare poco è un’abitudine tutta italiana che attraversa governi, opposizioni e campagne elettorali. Si spiega cosa si vuole fare, ma mai dove si troveranno le risorse per farlo. È una distorsione che impoverisce la democrazia, poiché trasforma il confronto politico in una gara di desideri anziché di responsabilità –
Immaginiamo un condominio. L’amministratore convoca l’assemblea e propone un ascensore nuovo, il rifacimento della facciata, il cappotto termico e il giardino pensile. Alla domanda più semplice — “quanto ci costa e chi paga?” — risponde che lo si vedrà dopo. Nessun condomino affiderebbe con serenità il proprio patrimonio a un amministratore simile. Eppure è esattamente ciò che accade quando si vota. Nelle ultime campagne elettorali abbiamo assistito a programmi che promettevano interventi per decine e decine di miliardi di euro ogni anno, in alcuni casi oltre i 140 miliardi, senza una quantificazione credibile delle coperture finanziarie. Dopo il voto arriva puntualmente il momento della verità: il governo scopre che le risorse non bastano, che i vincoli di bilancio esistono e che molte promesse devono essere ridimensionate o rinviate. Ma il problema non nasce dopo le elezioni. Nasce prima, quando si promette ciò che non si è nemmeno provato a finanziare.
La politica ama accusare la realtà di essere ostile ai propri progetti. In realtà, la realtà è semplicemente indifferente agli slogan. I conti pubblici non si modificano con gli applausi di una piazza o con il successo di un post sui social. Esiste una differenza sostanziale fra una promessa e un programma di governo: la seconda dovrebbe contenere anche i mezzi necessari per realizzare i fini. Per questa ragione merita attenzione il Disegno di Legge S. 550 della XIX Legislatura, presentato dal professor Carlo Cottarelli e oggi rilanciato dalla Fondazione Luigi Einaudi. Il principio è tanto semplice quanto rivoluzionario per il dibattito politico italiano: se un partito propone una misura, deve indicarne il costo e spiegare da dove arriveranno le risorse per finanziarla, specificando anche l’eventuale ricorso al debito pubblico. Qualcuno obietterà che si tratta di un limite alla libertà della politica. È vero l’esatto contrario. Nessuno vieta di proporre meno tasse, più spesa sociale, maggiori investimenti o una riduzione del debito. Ogni forza politica deve poter sostenere la propria visione del Paese. Ma la libertà politica non può coincidere con la libertà di ignorare l’aritmetica.
La trasparenza sulle coperture non impone una determinata politica economica. Non privilegia la destra o la sinistra, i liberali o gli statalisti. Costringe semplicemente tutti a uscire dalla dimensione della propaganda per entrare in quella della responsabilità. Se si vuole spendere di più, bisogna dire se si aumenteranno le imposte, se si ridurranno altre spese oppure se si farà nuovo debito. Se si vogliono ridurre le tasse, bisogna spiegare quali spese saranno tagliate o quale crescita economica renderà sostenibile quella scelta. È così che funziona in ogni organizzazione seria. Le imprese redigono budget, le famiglie fanno i conti con il proprio reddito, gli enti locali approvano bilanci. Soltanto nella politica italiana sembra ancora accettabile promettere senza presentare il conto. Il voto dovrebbe premiare non chi promette di più, ma chi convince di poter mantenere ciò che promette. Per questo conoscere il costo delle proposte e le relative fonti di finanziamento non è una questione tecnica riservata agli economisti. È una questione di rispetto verso gli elettori.
La credibilità non limita la politica, semmai la rende autorevole. E un Paese che pretende programmi elettorali finanziariamente trasparenti non chiede meno democrazia. Ne chiede una migliore.
Matteo Grossi