C’è un tic nervoso che affligge la politica italiana da almeno trent’anni: ogni volta che la cronaca nera accende i riflettori su un fenomeno sociale drammatico – che si tratti di baby gang, reati giovanili o microcriminalità nelle stazioni – la risposta delle istituzioni è immediata e fallimentare. Creare un nuovo reato, alzare le pene o, per non farsi mancare nulla, proporre di abbassare l’età dell’imputabilità per sbattere i minorenni in galera. E il cosiddetto “populismo penale”, una tentazione che contagia governi di ogni colore politico. L’idea consolatoria, ma profondamente falsa, che per risolvere un problema basti scrivere un divieto più severo su un pezzo di carta gommata chiamato decreto-legge. Guardiamo i fatti con spirito liberale, lasciando da parte la pancia.
Un approccio autenticamente liberale alla sicurezza si fonda su due pilastri: l’effettività della pena e la prevenzione attraverso la presenza dello Stato. Aumentare sulla carta la pena da tre a cinque anni per un reato commesso da un sedicenne non ha mai dissuaso un singolo criminale. Ciò che davvero dissuade dalla commissione di un reato non è la severità astratta del codice penale, ma la certezza della sanzione e la rapidita del processo. Se le forze dell’ordine sono sotto organico, se la giustizia minorile impiega anni per arrivare a una decisione e se le strutture di recupero o i riformatori non funzionano, aumentare le edicole penali serve soltanto a dare una rassicurazione d’accatto all’opinione pubblica, senza risolvere un solo problema sul territorio. Abbassare la soglia dell’imputabilità per i minori è poi una scorciatoia pericolosa. Significa certificare la bancarotta educativa e sociale dello Stato e delle famiglie. Gettare un quattordicenne in un circuito carcerario già fatiscente e sovraffollato non significa fargli pagare il conto con la giustizia per rieducarlo – come imporrebbe l’articolo 27 della nostra Costituzione -, ma significa diplomarlo nella scuola della criminalità organizzata, restituendo alla società, dopo qualche anno, un individuo immensamente più pericoloso di prima. La sicurezza è un diritto fondamentale del cittadino, e uno Stato liberale ha il dovere di garantirla con fermezza. Ma la fermezza non si misura dal rumore delle manette sventolate in televisione. Si misura dal numero di agenti presenti nei quartieri a rischio, dall’efficienza dei tribunali, dalla capacità di applicare le pene esistenti senza svuota-carceri né amnistie striscianti, e da un sistema scolastico e sociale capace di intercettare il disagio prima che diventi verbale di polizia. Anziché moltiplicare i reati per guadagnare un titolo di giornale, la politica dovrebbe fare l’unica cosa utile e faticosa: far funzionare la macchina della giustizia. Il resto è propaganda a buon mercato, e a pagare il prezzo, come al solito, sono la sicurezza reale dei cittadini e le casse dello Stato.
Matteo Grossi