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CIAK, SI SPENDE

Il cinema secondo lo Stato – 

La riforma del cinema ha già ottenuto un risultato straordinario: ha messo d’accordo tutti. I partiti hanno unito le proprie proposte e approvato il testo all’unanimità in Commissione. Quando in Parlamento non vola neppure uno straccio, però, il cittadino farebbe bene a controllare il portafoglio. Spesso l’accordo generale nasce dalla soddisfazione di interessi particolari.
Il cinema italiano ha problemi reali. Le sale chiudono, molti lavoratori vivono nell’incertezza, le produzioni indipendenti faticano a trovare capitali e il sistema degli incentivi ha prodotto polemiche, opacità e risultati non sempre memorabili. Riformare è quindi necessario. Il punto è capire se si stia riformando il settore o semplicemente moltiplicando gli organismi incaricati di amministrarlo.
La risposta contenuta nel testo sembra essere quella più familiare alla politica italiana: se qualcosa non funziona, si istituisce un ente.
Arriveranno un Forum del cinema e dell’audiovisivo, composto da sedici esperti, una nuova Agenzia per il cinema e l’audiovisivo e, al suo interno, una Commissione di valutazione formata da altri venti esperti. Questi ultimi riceveranno 35 mila euro lordi l’anno, oltre al rimborso delle spese. Sono 700 mila euro annui di compensi, prima ancora di accendere una cinepresa, comprare un biglietto o riaprire una sala.
E’ un metodo che si ripete su scala più larga con la delega che il Parlamento si appresta a consegnare al governo: entro due anni l’esecutivo dovrà scrivere da solo, con decreti legislativi, le regole vere del settore, dai controlli sugli incentivi al piano per le sale. Il Parlamento approva i princìpi, il governo scriverà i numeri. Che è un modo elegante per dire che oggi si vota qualcosa di cui non si conosce ancora il contenuto, e che l’unanimità di luglio riguarda un impianto, non una spesa.
Ed è proprio sulla spesa che casca l’asino. Il Servizio Bilancio della Camera, che di mestiere fa le pulci ai conti, ha scritto nero su bianco che manca la relazione tecnica e che buona parte della riforma naviga senza quantificazione: i contributi alle sale, il sostegno al credito, e soprattutto la nuova indennità di discontinuità per i lavoratori dello spettacolo. Di quest’ultima si conoscono i requisiti, 51 giornate contributive e un assegno pari all’80 per cento della retribuzione media, ma non l’ammontare complessivo che costerà allo Stato. Si è cioè scritto il diritto prima di aver trovato la copertura. Non è la prima volta che accade in Italia, ma resta un modo pericoloso di legiferare, perché a pagare il conto, quando arriverà, sarà il contribuente, non i venti esperti sorteggiati in Commissione.
C’è poi la variabile del tempo, che in politica è spesso la più sincera. La legislatura è agli sgoccioli, si vota forse già nella primavera del 2027, e la riforma, se sopravviverà al Senato, dovrà essere attuata da chi verrà dopo. Approvare oggi, pagare e attuare domani, magari con un’altra maggioranza: è la formula perfetta per intestarsi un merito senza doverne rispondere. Il cinema italiano aveva bisogno di regole più chiare e di meno discrezionalità. Rischia di ritrovarsi con più uffici, più nomine e la stessa vecchia abitudine di rinviare al decreto successivo la domanda più scomoda: chi paga, e quanto.

Matteo Grossi