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AGRICOLTURA. I SOLDI NON SONO NUOVI

Il governo destina circa 84,4 milioni di euro ad agricoltori e pescatori per contenere il costo del gasolio. Un intervento che può essere ragionevole: quando i costi energetici aumentano bruscamente, le imprese più esposte hanno bisogno di strumenti per affrontare l’emergenza. Ma il punto non è soltanto quanto si spende. È soprattutto da dove arrivano i soldi e a quali altre finalità si rinuncia. Circa 40 milioni vengono infatti recuperati cancellando il credito d’imposta sui fertilizzanti, introdotto in primavera ma mai diventato operativo per la mancata adozione del decreto attuativo. Il governo ha deciso di destinare quelle risorse al caro carburanti, riducendo i fondi previsti per la misura originaria.
Il ministro Lollobrigida sostiene che, nel frattempo, siano state reperite altre risorse per sostenere gli agricoltori nell’acquisto dei fertilizzanti, anche attraverso fondi europei e nazionali. È una spiegazione che merita attenzione. Se una misura può essere finanziata diversamente, è ragionevole rivedere le priorità. Ma occorre dimostrare con chiarezza quali risorse siano effettivamente disponibili, a chi siano state erogate e perché il precedente intervento non sia mai stato attuato. Anche gli altri tagli meritano attenzione: 14,4 milioni vengono sottratti a fondi destinati agli investimenti, mentre 30 milioni provengono dal fondo rischi agricolo. In altre parole, una parte consistente del sostegno annunciato viene finanziata attraverso risorse già destinate al settore.
La questione, dunque, non è stabilire se sia meglio aiutare chi compra gasolio o chi acquista fertilizzanti. Le priorità possono cambiare, soprattutto in una situazione di emergenza. Il problema è presentare una riallocazione della spesa come se fosse un aumento netto degli aiuti.
Una prospettiva liberale non impone di negare ogni intervento dello Stato. Impone, piuttosto, di pretendere interventi mirati, trasparenti e capaci di produrre risultati verificabili. Sostenere le imprese in difficoltà può essere necessario; trasformare i sussidi in una risposta permanente a ogni rincaro, invece, rischia di nascondere i problemi strutturali senza risolverli. Un governo può cambiare idea, ma deve spiegare perché e rendere conto delle conseguenze delle proprie scelte. Perché governare non significa soltanto distribuire risorse: significa stabilire priorità, rispettare gli impegni e dire ai cittadini la verità sui costi delle decisioni.
Il denaro pubblico non è gratuito. E chiamare «nuovo aiuto» ciò che viene sottratto a un altro intervento non lo rende tale. È soltanto una diversa scelta di spesa, che può essere giusta o sbagliata, ma che deve essere giudicata per quello che è.

Matteo Grossi