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AUTOATTRIBUZIONI EVASIVE

Aumenta il recupero di soldi sottratti al fisco, ma i numeri dicono anche altro – 

Fino a prova contraria, i numeri sono veri. Il problema nasce quando si decide cosa devono raccontare. È bene partire da qui, perché nel dibattito pubblico si tende spesso a confondere la contestazione politica con la negazione dei fatti. Il recupero dell’evasione fiscale ha raggiunto nel 2025 l’importo record di 36,2 miliardi di euro. È un risultato importante ed è corretto che venga segnalato come tale. Ma riconoscere un risultato non significa accettare automaticamente l’interpretazione politica. Quando il presidente del Consiglio Giorgia Meloni rivendica questo dato come frutto della «visione chiara» del suo governo, compie un’operazione che merita di essere analizzata con più attenzione di quanto consenta un videomessaggio.
Il primo elemento da considerare è la dinamica temporale. Il recupero dell’evasione non nasce nel 2022, è un fenomeno in crescita da almeno un decennio, interrotto solamente dalla parentesi pandemica. Il secondo punto riguarda la composizione di quel risultato. Dei 36.2 miliardi di euro recuperati, oltre 26 derivano da attività ordinarie: controlli, versamenti spontanei successivi a segnalazioni, cartelle e osservanza delle regole. E qui che si gioca la partita vera ed è qui che si vede il lavoro di lungo periodo dell’amministrazione fiscale. Parliamo di meccanismi introdotti e sviluppati negli anni, a partire almeno dalla metà del decennio scorso, che hanno progressivamente reso più efficace il rapporto tra fisco e contribuente. Il dato più significativo – in tal senso – è quello dei versamenti volontari: quasi 16 miliardi di euro pagati dai contribuenti dopo aver ricevuto una comunicazione dall’Agenzia delle Entrate. È uno Stato che funziona meglio perché comunica meglio al cittadino e controlla in modo più intelligente. Le misure direttamente attribuibili all’attuale governo raccontano invece una storia diversa e molto più ridimensionata. Le attività straordinarie hanno prodotto nel 2025 meno di 3 miliardi di euro, circa 18% del totale. E la parte principale di queste risorse arriva alla cosiddetta “rottamazione quater”, cioè da un condono. I condoni aiutano a recuperare soldi nel breve periodo, ma hanno un effetto negativo in quanto fanno passare l’idea che non pagare subito le tasse non sia poi così rischioso. Se i contribuenti pensano che arriverà sempre una sanatoria, saranno meno incentivati a rispettare le regole. Per questo il governo può dire di aver fatto cassa, ma non di aver rafforzato davvero la legalità fiscale. Inoltre, i dati sono espressi in termini nominali ovvero non tengono conto dell’inflazione.
Poiché negli ultimi anni i prezzi sono aumentati, una parte della crescita è solo apparente. Se si considera questo fattore, l’aumento resta significativo ma si riduce: circa +30% rispetto al 2022 e non +43% come indicato nei dati nominali. In altre parole, a scanso di equivoci: il risultato è sì positivo, ma meno impressionante di quanto sembri a prima vista.
Tutto questo porta a una conclusione: il governo può legittimamente rivendicare di non aver interrotto un ciclo positivo e può finanche sostenere, con una certa plausibilità, di aver contribuito a mantenerlo stabile. Tuttavia non può attribuirsi in modo convincente la paternità di un risultato che deriva – in larga parte – da strumenti costruiti negli anni e da un’evoluzione amministrativa che precede l’attuale legislatura. Il rischio, altrimenti, è quello di confondere la gestione con la creazione e la continuità con l’innovazione.
E in materia fiscale, dove la fiducia è già fragile, la precisione delle parole conta quasi quanto quella dei numeri.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione