Le multe mai pagate per la violazione delle quote –
Ha il sapore di un déjà vu ritrovare nella nuova legge di bilancio l’ennesima riedizione della vicenda delle quote latte. Sconti, dilazioni, agevolazioni, aperture agli eredi: una pratica ampiamente riconosciuta che non riguarda l’economia produttiva ma l’arte tutta nazionale di non chiudere mai i conti. Questa storia affonda le radici negli anni Ottanta, quando l’Europa introdusse le quote per arginare le eccedenze e stabilizzare i prezzi. Funzionò ovunque, tranne che nel nostro Paese. Dal 1995 al 2009 l’Italia superò sistematicamente il tetto produttivo, accumulando miliardi di euro di sanzioni che lo Stato versò a Bruxelles senza poi riuscire – o forse senza volerlo davvero – a recuperare con efficacia quanto dovuto dagli allevatori che avevano prodotto oltre quota. Stando alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, l’Italia non aveva predisposto strumenti adeguati a riscuotere e aveva finito per trasformare un obbligo individuale in un debito collettivo. Più di un miliardo di euro non era mai rientrato. Un regalo forzoso dei contribuenti a una minoranza di trasgressori. Minoranza, appunto. Perché nel racconto politico si dimentica spesso che la maggior parte dei circa 36mila allevatori italiani rispettò le regole, comprando o affittando quote e sostenendo costi reali per rimanere nella legalità. Eppure nella narrazione pubblica i virtuosi sono scomparsi, mentre i furbi sono diventati ‘vittime del sistema’. Un rovesciamento morale – se vogliamo – che dice molto di come funziona il consenso nel Belpaese.
Qui entra in scena la Lega, soprattutto nella sua declinazione lombardo-veneta. Negli anni Novanta le quote latte diventarono un simbolo politico, una bandiera da sventolare contro Roma e contro Bruxelles. Le proteste con i trattori, i bidoni di latte rovesciati e i blocchi stradali in Veneto e Lombardia non furono solamente manifestazioni agricole, ma posero le basi di una costruzione politica destinata a durare. Non è un caso che nel 2008 il ministro dell’Agricoltura fosse Luca Zaia (espressione della Liga Veneta) e che in quegli anni si moltiplicassero interventi legislativi e amministrativi per so-spendere, rateizzare, rivedere le cartelle esattoriali. Ogni tentativo di chiudere definitivamente la partita veniva rinviato e politicizzato.
Le quote latte divennero così un serbatoio di consenso permanente, una rendita elettorale costruita sull’idea che rispettare le regole fosse opzionale, se si è abbastanza numerosi e rumorosi.
Oggi, a distanza di trent’anni, quella storia ritorna nella legge di bilancio come un residuato bellico che nessuno ha il coraggio di disinnescare per davvero. Si riconosce tacitamente che quei quattrini non torneranno mai e allora si preferisce disciplinare l’insoluto dal punto di vista normativo, trasformando il mancato pagamento in una condizione quasi ereditaria. È il trionfo dell’eccezione che muta in sistema.
Confondere interesse nazionale e rendita di posizione significa trasformare la difesa delle regole in tutela dei privilegi di pochi. L’assurdità è che le stesse forze politiche che invocano il rigore quando si parla di welfare o di spesa sociale diventano improvvisamente comprensive quando si tratta di sanare vecchie violazioni ‘amiche’. E così non stupisce che gli stessi ambienti politici siano oggi in prima linea nel bloccare accordi commerciali come il Mercosur, invocando la difesa dell’interesse nazionale, mentre in realtà difendono assetti protetti e rendite consolidate.
Il filo conduttore rimane sempre lo stesso: la concorrenza va bene finché riguarda gli altri. E nulla è più definitivo del provvisorio, soprattutto quando conviene.
Matteo Grossi
Scritto per La Ragione