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COMPARSA E PENSIONE SCOMPARSA

Da un film per il cinema sul sistema previdenziale – 

La vicenda del pensionato che ha recitato come comparsa nel film “Ferrari” di Michael Mann e si è visto chiedere indietro 34mila euro di pensione, non è solamente un episodio curioso: è soprattutto un emblematico esempio di quanto spesso il rapporto tra
cittadino e burocrazia nel nostro Paese possa rivelarsi complicato e problematico.
L’uomo, di 74 anni, aveva lavorato per due giorni sul set cinematografico allestito a Modena. Nulla di straordinario, solamente una comparsa tra le tante, 300 euro di compenso e qualche inquadratura tra la folla. Non un mestiere, non un ritorno alla vita lavorativa, ma un episodio occasionale. Eppure per l’Inps è diventato qualcosa di molto diverso: un reddito incompatibile con la pensione anticipata. La pensione in questione è stata ottenuta con “Quota 100”, una misura che consente di uscire prima dal lavoro ma vieta, fino al raggiungimento di una certa età, di cumulare redditi da lavoro salvo limiti molto ristretti.
Paradossalmente è stato proprio il pensionato, in buona fede, a segnalare i 300 euro percepiti sul set. Eppure, nonostante il gesto trasparente – che in teoria avrebbe fatto guadagnare allo Stato anche qualche tassa – le regole vietano di lavorare oltre certi limiti senza rischiare la sospensione della pensione. Così, per proteggere la norma, si finisce per bloccare qualsiasi iniziativa marginale, costringendo le persone a restare ferme invece di lasciare che contribuiscano, anche solo di poco, alla collettività.
Comunque, a seguito di questa decisione, l’Istituto di previdenza ha revocato la sua pensione e gli ha chiesto di restituire 34mila euro percepiti l’anno precedente.
È qui che si misura la distanza tra la logica amministrativa e quella della realtà. Perché se è vero che le norme vanno rispettate, è altrettanto vero che devono essere interpretate con criterio. Non si può fingere che due giorni da comparsa equivalgano a un ritorno strutturato nel mercato del lavoro. Non si può trattare un episodio marginale come se fosse un’occupazione stabile.
Non a caso la giustizia ha rimesso le cose al loro posto. Prima il Tribunale di Modena e poi la Corte d’appello di Bologna hanno stabilito che quell’attività era al massimo un lavoro autonomo occasionale, dunque compatibile con la pensione. Per dirla in maniera diversa: la norma non può essere applicata i gnorando la natura concreta dei fatti.
Tale accadimento non va però archiviato come una semplice vittoria individuale, perché il problema sta a monte. Quando le regole sono scritte male o nascono dalla diffidenza generale, succede che la burocrazia le difende a tutti i costi, anche quando la realtà dice il contrario. Non perché ci sia cattiva fede – sia mai – tutt’altro: il problema è che il sistema premia chi segue le regole alla lettera, invece di chi valuta le situazioni con buon senso. Così ci si ritrova che per 300 euro si arriva a contestarne 34mila. E che per rimettere le cose a posto servono due gradi di giudizio.
Il punto non è indulgere verso chi viola le norme, ma evitare che le norme diventino una gabbia cieca e che ogni attività, magari minima e occasionale, venga interpretata come un ritorno al lavoro, creando un sistema che scoraggia qualsiasi iniziativa e trasforma la previdenza in un vero e proprio campo minato burocratico.
In un Paese che discute continuamente di lavoro, di pensioni e di sostenibilità del sistema previdenziale, forse sarebbe utile ricordare che le regole devono servire a governare la realtà, non a negarla.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione