L’esperienza di Porcia e il bisogno di un modello nazionale –
Un piccolo Comune – Porcia, in provincia di Pordenone – rischia di dire qualcosa di grande al Paese intero. Lì hanno deciso di non aspettare che l’intelligenza artificiale diventi materia da convegni o slogan da campagna elettorale: l’hanno messa al lavoro. Si chiama GiulIA ed è un assistente virtuale capace di rispondere ai cittadini 24 ore su 24, in italiano e in inglese, fornendo informazioni, modulistica e scadenze. Non sostituisce nessuno, ma libera tempo a chi oggi è sommerso da telefonate ripetitive, circa 52mila l’anno. Non è un dettaglio: è la fotografia di come funziona (o non funziona) una parte della macchina pubblica.
Il progetto, sviluppato da Insiel nell’ambito del Pnrr, ha un pregio che nel settore pubblico dovrebbe essere ovvio e invece è rivoluzionario: costa zero per il Municipio. Non perché la tecnologia sia gratis, ma perché è stata inserita dentro una strategia finanziata e orientata a risultati concreti. E qui si misura la differenza tra chi usa i fondi per lasciare tracce e chi li usa per lasciare alibi. Quando entra nella pubblica amministrazione, l’intelligenza artificiale smette di essere un tema filosofico e diventa un fatto organizzativo. Non serve a stupire, serve a funzionare meglio. Se un cittadino chiama per sapere quando scade un documento o dove trovare un modulo e quella risposta può arrivare immediatamente da un sistema automatizzato, il beneficio è doppio: per il cittadino e per l’ufficio. Il primo non aspetta, il secondo può occuparsi di ciò che davvero richiede competenza umana.
È qui che si consuma l’equivoco più diffuso, ovvero la paura che l’AI sostituisca il lavoro pubblico. In realtà lo mette alla prova, perché toglie di mezzo l’alibi dell’inefficienza organizzativa. Se una macchina può fare le cose semplici, allora agli esseri umani resta il compito di fare quelle difficili. Non è un caso che esperienze simili si stiano affacciando anche nei grandi enti. Inps utilizza sistemi automatizzati per gestire comunicazioni e migliorare il rapporto con l’utenza. Istat ha introdotto strumenti avanzati di ricerca semantica per rendere più efficace l’accesso ai dati. Segnali importanti ma ancora concentrati a livello centrale, mentre la vera sfida si gioca nei Comuni, dove il rapporto con il cittadino è quotidiano e diretto.
Anche Regione Lombardia si sta muovendo con una legge che promuove l’adozione dell’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione. Sono strumenti utili, però la differenza la fanno i casi concreti. Senza esempi operativi, le linee guida restano carta. Il punto vero è che l’innovazione non è neutrale: o cambia il modo in cui si lavora oppure si limita ad aggiungere complessità. Nel caso di Porcia la direzione sembra chiara. Si parte da un problema reale – troppe richieste ripetitive, troppo poco personale – e introduce una soluzione che non complica ma semplifica. Non si digitalizza il disordine, si prova a organizzarlo.
Vi è poi un altro elemento che merita attenzione: la replicabilità. Una ventina di Comuni ha già manifestato interesse. È qui che si gioca la partita nazionale. L’Italia non ha bisogno di mille progetti diversi, ma di soluzioni che funzionano e che possono essere adottate rapidamente altrove. Se ogni Comune inventa da zero, si spreca tempo. Se uno sperimenta e gli altri imparano, si cresce. Naturalmente non basta installare un assistente virtuale per dire che la pubblica amministrazione è diventata efficiente. Serve formazione, servono competenze, serve una cultura organizzativa che accetti il cambiamento. Se un piccolo Comune riesce fare questo passo, la domanda non è se gli altri seguiranno: è perché non l’abbiano già fatto.
Matteo Grossi
Scritto per La Ragione