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CONDIZIONI INACCETTABILI NEL CARCERE DI SOLLICCIANO

Garantire trattamenti e ambienti umani è un dovere costituzionale – 

Nel dibattito su riforme, garantismo, sicurezza ed efficienza non dovrebbe mancare il riferimento alle condizioni delle celle nel carcere toscano di Sollicciano, con l’acqua che invade i pavimenti. L’ha vista Isabella Mariani, presidente della Corte d’appello di Firenze, preparando la relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Muffa sui muri, umidità che cola dappertutto, bagni fatiscenti, docce fuori uso e riscaldamento assente in pieno inverno. Si può essere severissimi con chi delinque e si deve essere inflessibili nel far rispettare la legge. Ma uno Stato non misura la propria forza dal numero di persone che rinchiude. Se il carcere diventa un luogo indegno, la pena smette di essere giustizia. Il tema, però, non si svolge solamente a Sollicciano.
Nei 26 distretti giudiziari italiani, quasi tutti i presidenti delle Corti d’appello hanno denunciato vuoti d’organico, edilizia in rovi-na, carceri al limite dell’agibilità. A Milano il 25% dell’organico della Corte d’appello è scoperto, nelle cancellerie dei Tribunali minori si tocca il 30%. A Roma la carenza di magistrati e personale amministrativo sfiora in alcuni uffici il 40%. In Sicilia mancano tecnici e funzionari contabili. A Napoli, nell’area del penitenziario di Poggioreale, in un anno sono stati intercettati 30 droni carichi di droga, cellulari e addirittura armi.
Si dirà: servono più assunzioni. Vero, ma non basta. Se a Milano, una volta formati, i giovani funzionari dell’Ufficio del processo se ne vanno nel privato dove li pagano meglio, il problema non è solo quantitativo: è di attrattività e di organizzazione. Se lo Sta-to investe nella formazione e poi perde le sue risorse migliori, deve chiedersi perché accade. Nessuno di noi ha difficoltà a dire che la giustizia è un servizio pubblico essenziale, ma proprio perché è tale va governato con criteri d efficienza e trasparenza.
L’edilizia giudiziaria che cade a pezzi è sinonimo di manutenzione mancata, programmazione assente, rimpallo di competenze tra Ministero ed Enti locali. E qui le domande non possono essere rivolte solo ai magistrati. Anzi, prima di tutto vanno poste al governo e al Parlamento. Qual è il piano pluriennale per riportare le carceri dentro la legalità costituzionale? Qual è la strategia per rendere competitivo il lavoro negli uffici giudiziari rispetto al settore privato? Come si intende colmare i vuoti d’organico senza trasformare ogni emergenza in deroga temporanea? E ancora, quali investimenti strutturali sono previsti per la sicurezza penitenziaria, se finanche i droni diventano corrieri indisturbati?
La giustizia lenta è ingiusta e la giustizia che lavora in edifici insicuri è un problema.
Il carcere degradato è una sconfitta dello Stato. E uno Stato che non riesce a garantire condizioni dignitose a chi è affidato alla sua custodia, fatica a pretendere rispetto delle regole dei cittadini liberi. C’è un equivoco da sciogliere: parlare di dignità dei detenuti significa essere coerenti con la Costituzione. E parlare di efficienza degli uffici giudiziari significa tutelare i diritti dei cittadini, delle vittime, delle imprese che attendono una sentenza per investire o sopravvivere.
Intanto l’acqua resta sul pavimento delle celle, gli organici rimangono scoperti e i fascicoli si accumulano. Uno Stato non promette miracoli, ma deve promettere regole chiare, responsabilità definite e risorse impiegate con criterio. Deve garantire che la legalità sia non solo invocata ma praticata, soprattutto dove è più scomodo farlo. Se la fotografia scattata a Sollicciano restituisce la realtà, non è un atto d’accusa contro qualcuno. È un test di credibilità per chi governa.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione