Gli immigrati che ad Amburgo finiscono in albergo –
Dacché in Italia le emergenze durano più dei monumenti, non stupisce affatto che anche altrove si stiano adeguando. Ad Amburgo, città ordinata e civile (cioè tedesca), l’emergenza dell’accoglimento ha trovato una sistemazione confortevole: in hotel. Non per qualche notte, ma per anni. Con vista sul bilancio pubblico. Una cifra nell’ordine di 590 milioni di euro che non sorprende più nessuno, come se fosse diventata fisiologica. Siamo un continente abituato a numeri grandi e a responsabilità piccole. Si prendono soldi per gestire l’urgenza e intanto l’emergenza si affeziona, mette su casa e prende la residenza.
Il richiedente asilo, figura storica per definizione, diventa così anche una presenza contabile: 45 euro al giorno per dormire, 38 per mangiare. Una pensione completa che non è né vacanza né integrazione, ma una via di mezzo ben organizzata, dove il tempo si ferma e la spesa corre. Nel frattempo nasce, come sempre, un piccolo ecosistema. Alberghi che prosperano, servizi che si molti-plicano, strutture ‘temporanee’ che resistono al tempo meglio di ciò che dovrebbe governarle. Non è un complotto, è una voca-zione: ogni sistema tende a giustificare sé stesso, soprattutto quando è ben finanziato.
Si crea così una curiosa forma di equilibrio in cui nessuno ha davvero interesse a interrompere quel che funziona, anche quando non funziona. Perché, nel contempo, ha imparato a funzionare per qualcuno.
Col tempo anche ciò che nasce come misura eccezionale finisce per apparire normale. L’emergenza perde il carattere dell’urgenza e si trasforma in una componente stabile dell’amministrazione pubblica, dove si continua a gestire il presente senza trovare il modo di superarlo davvero. In questo modo l’accoglienza, da gesto normale, diventa un’abitudine amministrativa. Si continua perché si è sempre fatto così e perché cambiare richiederebbe una qualità oramai rara: decidere. Il controsenso è più che evidente e si seguita a investire in soluzioni provvisorie anziché costruire quelle strutturali. Alla fine della fiera si spende di più e si resta sempre precari. Poi i conti pubblici si appesantiscono. E qui non vi è ideologia che tenga poiché ogni euro speso male è un euro tolto ad altro.Scuole, sanità, infrastrutture. Non esistono soldi pubblici ‘neutrali’, esistono priorità.
Questo non significa mettere in discussione il diritto di asilo. Proprio perché è un diritto serio, va gestito con strumenti altrettanto seri. Un sistema inefficiente non è più umano: è solamente più costoso. La vera alternativa non è fra accoglienza e rifiuto, ma fra accoglienza improvvisata e accoglienza organizzata, fra emergenza permanente e gestione ordinata. La città di Amburgo – tra i Länder più indebitati della Germania – non è in questo senso un’eccezione. È uno specchio piuttosto fedele e ciò che riflette non è un eccesso di generosità, come qualcuno si affretterà a dire, ma qualcosa di più terra terra: un difetto di progettazione, una difficoltà cronica a trasformare l’urgenza in un sistema e il sistema in soluzione.
Non sta accadendo nulla di particolare. E ciò che succede quando un’emergenza non viene governata ma protratta: diventa sistema e quel sistema finisce per costare più di quanto risolva. Non è generosità, è cattiva amministrazione. Continuare spendere senza costruire alternative significa rinunciare a decidere. E senza decisioni non c’è politica ma solo gestione del presente, al prezzo del futuro.
Matteo Grossi
Scritto per La Ragione