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EMIGRAZIONI E PROPAGANDE

I numeri usati come trofei e i fatti che smentiscono – 

Sui numeri dell’immigrazione la politica seguita a comportarsi come un tifoso allo stadio: se il dato sembra favorevole, allora diventa immediatamente una vittoria da rivendicare; se invece racconta una realtà più complicata, viene ignorato piegato alla propaganda.
Negli ultimi giorni il centrodestra ha celebrato il calo degli ingressi irregolari nell’Unione Europea come la prova del successo della linea sostenuta dal govero Meloni. Il dato esiste per davvero, sicché Frontex segnala che nei primi quattro mesi di quest’anno gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Ue sono diminuiti del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Frontex non parla di sbarchi, bensì di attraversamenti irregolari, una categoria che comprende anche gli ingressi via terra. E soprattutto non conta le persone, ma gli attraversamenti: così lo stesso migrante può comparire più volte nei dati. Il Mediterraneo centrale registra effettivamente una diminuzione consistente degli arrivi. Anche i dati del Ministero degli Interni confermano un calo – sarebbe sciocco negarlo – però il problema nasce quando da questi numeri si pretende di ricavare una narrazione assoluta: il governo italiano avrebbe fermato l’immigrazione irregolare e quindi ridotto le morti in mare. Qui i fatti smettono di seguire la propaganda. Perché la stessa Frontex spiega che il calo dipende da una pluralità di fattori: accordi con i Paesi partner, condizioni meteorologiche, dinamiche politiche nei Paesi di origine e di transito, misure preventive delle autorità libiche. Tradotto: non esiste alcuna prova che la diminuzione sia il prodotto esclusivo della linea del governo italiano. Di più. La maggioranza sostiene che meno immigrazione irregolare significhi automaticamente meno morti in mare.
I dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni raccontano il contrario. Nei primi mesi di quest’anno oltre 1.200 persone sono morte nel Mediterraneo. Sulla rotta centrale le vittime sono aumentate in maniera drammatica rispetto allo scorso anno. Questo sta a significare che il numero delle partenze può diminuire, mentre aumenta il rischio di morte per chi tenta comunque la traversata.
Se diminuiscono gli arrivi ma aumentano i morti, allora vuol dire che il problema non è risolto. Vuole dire che le rotte diventano più pericolose, che i trafficanti modificano le strategie, che le persone continuano a partire anche a costo di perdere la vita.
Sarebbe ora di smetterla di trattare ogni dato come un trofeo elettorale. Continuiamo a dividerci tra chi pensa che basti aprire i porti e chi pensa che basti chiuderli. Utile sarebbe invece costruire una strategia europea seria, che tenga insieme controllo delle frontiere, accordi internazionali, canali legali di ingresso e lotta alle organizzazioni criminali.
Spesso nel confronto italiano ci si distrae dal vero nocciolo della questione: il fenomeno migratorio non è nazionale, semmai continentale. Se oggi alcuni numeri calano, è anche perché l’Unione Europea intera ha progressivamente irrigidito le proprie politiche esterne e rafforzato la cooperazione con i Paesi africani. Pensare di attribuire tutto al governo italiano sarebbe come ignorare la dimensione del problema.
Quando si parla di morti nel Mediterraneo si parla di vite umane, per cui ridurre tutto a una formula propagandistica – “Meno sbarchi uguale meno morti”- è pericoloso, poiché rischia di assuefare l’opinione pubblica. Dire che gli ingressi irregolari sono diminuiti è corretto. Dire che ciò dipende esclusivamente dal governo italiano non è dimostrato. Dire che questo abbia già prodotto meno vittime in mare è smentito dai fatti.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione