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IL FUMO E LA TASSA SUI POVERI

Lo Stato che depreca con forza e incassa con gioia – 

Nel nostro Paese le cattive abitudini godono di ottima salute, soprattutto quando possono essere tassate. Da peccato privato, il vizio diventa improvvisamente una risorsa pubblica. Così il fumatore – figura un tempo romantica e oggi patologica – viene promosso a contribuente speciale perché non paga solamente le imposte, ma le espia.
Entra nel vivo la raccolta di firme per aumentare di 5 euro il prezzo dei pacchetti di sigarette e dei prodotti da fumo. Promossa dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), Airc, Fondazione Aiom e Fondazione Veronesi, la campagna – di cui molto si è discusso nei mesi passati – è da venerdì scorso operativa: tutti i cittadini maggiorenni possono infatti firmare sulla piattaforma del Ministero della Giustizia utilizzando lo Spid, la carta di identità elettronica o la Carta nazionale dei servizi. In un’ora sono state raccolte 8mila firme, pari al 16% del quorum di 50mila richiesto per la presentazione della proposta di legge al Parlamento, che poi sarà chiamato a discuterla.
L’obiettivo è animato da un intento nobile, come tutti gli intenti che non si sporcano con le conseguenze. Ridurre il fumo, salvare vite, alleggerire i reparti oncologici. Tutto giusto. Talmente giusto da rendere superflua ogni riflessione sui mezzi. In Italia, quando il fine è virtuoso, il mezzo diventa automaticamente fiscale. Motivo per cui osservo la scena con una certa perplessità, come si guarda un medico che cura l’obesità snellendo il portafoglio del paziente. Non perché io ami il fumo, ma perché non ci si fida dello Stato quando all’improvviso si scopre educatore. Soprattutto se a colpi di accise.
Se lo Stato ritiene il fumo così intollerabile da doverlo scoraggiare con una punizione economica, dovrebbe avere il coraggio di vietarlo. Ma vietare è impopolare e provoca reazioni e curiosità, tassare è più elegante e fa cassa. E il bilancio – lo sappiamo tutti – non si governa con i principi ma con i numeri.
Cinque euro in più a pacchetto non sono un consiglio sanitario: sono una multa preventiva che colpisce, più di tutti, chi fuma perché è povero, non chi è povero perché fuma. Il professionista continuerà a scegliere la sua marca con aria colta; l’operaio farà due conti, forse passerà al contrabbando, forse rinuncerà ad altro. In ogni caso la sua salute resterà una questione privata, la sua tassa invece sarà pubblica. Vi è poi un’ipocrisia da leggere tra una fumata e l’altra: lo Stato ammonisce, incassa e si congratula con sé stesso. Se i fumatori smettessero per davvero il buco di bilancio sarebbe immediato, il che invita a pensare che il vizio – purché controllato – non sia poi così sgradito. Il fumo fa male sì, ma non abbastanza da rinunciare al gettito. E poi informare costa fatica, educare richiede tempo, responsabilizzare implica fiducia negli individui. Tassare invece è rapido, impersonale e moralmente rassicurante: chi paga ha torto, chi incassa ha ragione.
Si dice che aumentando il prezzo si ridurrebbe il consumo. E’ possibile. Ma si riduce anche la coerenza, perché uno Stato che combatte un vizio lucrandoci sopra non è un educatore ma un socio. Vien da notare che in Italia non si corregge il cittadino, ma il suo comportamento fiscale. La salute serve soltanto da pretesto, il vero scopo è il portafoglio. Così il fumatore, considerato colpevole di debolezza umana, continua a sostenere un sistema che lo disprezza, lo sanziona e allo stesso tempo lo ringrazia.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione