Vai al contenuto

IL PD DELLE PORTE GIREVOLI

Si esce sbattendo la porta, si rientra bussando piano: la formula per restare centrali senza mai davvero andarsene –

Da tempo la solita storia. Un dirigente lascia il Partito Democratico accusandolo di aver smarrito la propria identità. Affitta una sala d’hotel, spesso elegante, e lancia un nuovo soggetto politico tra applausi e migliaia di adesioni in poche ore. Promette uno spazio “altro”, oltre gli schemi, capace finalmente di parlare al centro. E poi, con il passare dei mesi, quello spazio comincia lentamente a ridisegnarsi non come alternativa al centrosinistra, ma come sua costola indispensabile, il pezzo mancante senza il quale la coalizione non può vincere.
Non è un’invenzione recente. Non è un caso isolato. Non è nemmeno, a ben vedere, una novità.
Pina Picierno ne è l’ultimo esempio. Lasciato il PD a giugno con l’accusa alla segreteria di Elly Schlein di non essere più “inclusiva”, ha fondato Spazio Pubblico in una convention a Torino, raccogliendo settemilacinquecento adesioni in settantadue ore. Il progetto si presenta come riformista, europeista, capace di superare il bipolarismo forzoso. Ma l’obiettivo dichiarato, con il tempo, si è fatto più chiaro: ricostruire “il centrosinistra italiano”, quello delle origini, del Lingotto. Non un luogo nuovo, dunque. Una restaurazione con un altro nome.
Matteo Renzi, con Italia Viva, questo copione lo recita da sette anni. Uscito dal PD nel 2019, ha attraversato governi, scissioni e liste elettorali deludenti sempre rivendicando la propria autonomia. Eppure oggi, mentre lancia la sua “Casa Riformista”, il messaggio è identico: il campo largo di Pd, M5S e Avs si fermerebbe al quaranta per cento, e senza il contributo riformista — cioè senza di lui — il centrosinistra non può governare. Fuori dalla fotografia, sempre pronto a rientrare nell’inquadratura.
A chi si sente davvero di centro, però, non interessa ricostruire nulla di vecchio. Interessa costruire uno spazio in cui le idee liberali possano vivere per quello che sono, senza essere bollate come “di destra” dai conservatori o come “élite” dai populisti. Sono due ambizioni diverse, anche se si vestono con lo stesso linguaggio riformista.
Il problema, in fondo, è di prospettiva. Chi nasce dentro il centrosinistra e se ne allontana continua a guardare la politica da lì: il centro, per lui, resta una stanza in più della stessa casa, non un edificio diverso. Cambiano gli arredi, cambia l’insegna sulla porta, ma l’indirizzo è sempre quello. Ed è per questo che, puntualmente, la nuova creatura finisce per essere valutata non per quello che propone, ma per quanti punti percentuali può regalare alla coalizione d’origine il giorno delle urne.
E poi c’è la questione dei nomi, che a volte dice più dei programmi. Spazio Pubblico, come se gli altri fossero spazi privati. Partito Democratico, come se in Italia non potesse esistere un partito che non lo sia (e infatti nessuno l’ha mai davvero messo alla prova, il nome).
C’è chi, come Anna Paola Concia, sostiene che questi movimenti intercettino una domanda politica reale, rimasta a lungo senza rappresentanza. Può darsi. Ma finché la porta resta girevole, quella domanda rischia di restare in eterno un’anticamera del centrosinistra, mai la sala principale.

Matteo Grossi