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KRUMIRI IN VIAGGIO NEL MONDO

Dal biscotto familiare al passaggio di mano per crescere – 

Nel 1878, a Casale Monferrato, Domenico Rossi inventò i biscotti Krumiri. Non inseguiva la tradizione, stava facendo impresa.
L’ispirazione (i baffi di Vittorio Emanuele II) è il dettaglio folkloristico che ci piace raccontare dopo, quando le cose sono già riuscite. È così: da un’intuizione nasce un prodotto; da un prodotto, se ben gestito, nasce un’azienda; da un’azienda solida nasce un marchio che dura. Tutto il resto è narrazione a posteriori.
Oggi, quell’azienda cambia proprietà. La famiglia Portinaro cede il 100% alla Compagnia del Gusto Holding. E qui, come sovente accade, parte la reazione sbagliata e si comincia a parlare di simboli che passano di mano, quasi che la qualità fosse iscritta all’anagrafe dei proprietari. Non è così: le imprese non hanno sangue, hanno bilanci. Non vivono di memoria, ma di mercato. Se chi entra è in grado di investire, rafforzare la distribuzione, migliorare l’organizzazione, allora il passaggio è un fatto largamente positivo. L’idea che un’azienda debba restare sempre nelle stesse mani per rimanere ‘autentica’ è una forma elegante di immobilismo che, come l’economia ci insegna, ha per esito il fallimento. I Krumiri non sono un ricordo da conservare sotto vetro, ma un prodotto da vendere. E se continueranno a essere buoni e competitivi, continueranno a esistere. Altrimenti nessun cognome li salverà. Il resto è nostalgia. E la nostalgia, si sa, non paga stipendi.
In Italia siamo affetti da una patologia cronica: il piccolonismo. Siamo convinti che un’azienda, per essere autentica, debba rimanere confinata nel giardino di casa, gestita vita natural durante dalla stessa stirpe, possibilmente senza mai superare i confini del Comune di residenza. Ma la realtà – quella vera, che non fa sconti – ci dice che la tradizione, se non incontra capitale e visione manageriale, rischia di diventare un reperto museale.
I Krumiri Rossi sono un’eccellenza assoluta della pasticceria secca italiana. Ma chiediamoci: quanti mercati internazionali possono raggiungere cinque ingredienti e una scatola rossa, se restano prigionieri di una dimensione puramente familiare? Bisogna rendere onore ad Anna Portinaro. La sua non è una resa, piuttosto un atto di lungimiranza imprenditoriale. Capire quando è il momento di passare il testimone a chi ha le spalle larghe – in questo caso un gruppo guidato da manager del calibro di Sergio Albarelli ed Ettore Nicoletto – è una forma alta di responsabilità verso il proprio prodotto.
La Compagnia del Gusto non entra per smantellare, ma per far crescere. L’obiettivo è chiaro e prende un’identità radicata a Casale Monferrato per proiettarla sui mercati globali. Ed è giusto, perché il Made in Italy non si difende erigendo muri o invocando dazi ma portando la qualità italiana dove c’è capacità di spesa e voglia di bello (e di buono). Il punto è esattamente questo: grazie a questa acquisizione, il profumo di burro e vaniglia di Casale non sarà più solo un vanto locale, ma diventerà un ambasciatore globale. L’artigianalità resta, il laboratorio rimane dov’è e i posti di lavoro anche. È la sintesi del liberalismo applicato al-l’impresa: conservare il valore del saper fare locale aprendosi a capitali e competenze.
Chi oggi piange la perdita della proprietà famigliare non ha capito come gira il mondo.
Se vogliamo che il nostro Paese resti una potenza industriale, dobbiamo smetterla di aver paura dei grandi gruppi e delle holding.
Ben venga il passaggio di testimone, se questo significa che domani, in un caffè di New York o di Tokyo, qualcuno aprirà quella scatola rossa e scoprirà che esiste un posto chiamato Casale Monferrato.
Questa non è la fine di una storia. Piuttosto l’inizio della sua fortuna. Nel mondo.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione