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LA PARITA’ E’ RIMASTA IMPARI

Donne al lavoro, redditi e costo dei servizi – 

Nel mondo occidentale la parità di genere è diventata un brand. Non un ideale, ma una confezione. Aziende che vendono abiti, telefonini o biscotti ci spiegano ogni giorno che cade in terra quanto tengano ai diritti delle donne. Si chiama “Capitalismo Walk’, definizione di Karl Rooz con cui s’intende il capitalismo che cammina vestito da coscienza sociale. Nulla di male, diamine. È il mercato che fa il suo mestiere: intercetta desideri, mode, umori e li traduce in comunicazione. Ma guai a scambiare la pubblicità per progresso.
Siamo sommersi da messaggi che celebrano l’empowerment, ovvero l’inclusione, l’uguaglianza. Tutto bene, se non fosse che la vetrina del racconto ha finito per prendere il posto della realtà. Chi gode di una posizione privilegiata – come in Occidente la maggior parte degli uomini bianchi, eterosessuali e benestanti – tende a credere che la battaglia sia ormai vinta. Ma non è così. I dati lo dimostrano.
Negli Stati Uniti, nell’ultimo anno, oltre 600mila donne hanno abbandonato il posto di lavoro. È un’inversione di tendenza storica tanto che, dal 1948 al 2024, la partecipazione femminile al mercato del lavoro era cresciuta dal 32 al 58%. Oggi quella curva si è piegata all’indietro. È un fenomeno che gli economisti chiamano “she-cession”, che si potrebbe tradurre con “recessione delle donne”. Potremmo anche crederla un’ideologia, ma in realtà è contabilità sociale. Le cause? Molto più economiche che culturali. Dopo la pandemia, con un figlio appena nato e il costo della vita alle stelle, molte famiglie si sono trovate di fronte a un semplice dilemma: pagare 1.900 dollari al mese per l’asilo nido oppure restare a casa? E poiché gli stipendi femminili medi restano inferiori, la decisione è quasi sempre univoca. Dove non c’è welfare, la libertà di lavorare si misura in dollari. Certo, negli Stati U-niti resiste anche una corrente culturale regressiva, le trad wives: le mogliettine tiktoker che rivendicano la gioia del focolare, dei grembiuli stirati e dell’istruzione domestica dei figli. Ma non è lì il punto. Quelle sono mode, puro folklore dei tempi digitali. Il problema vero è economico: stipendi fermi, servizi pubblici i-nesistenti, costo della vita fuori controllo. E quando il sistema non sostiene, spesso sono le donne a pagarne il prezzo.
La retorica della parità femminile serve a nascondere questo. Un volto di donna su una copertina o in un Consiglio di amministrazione non basta a sanare una disuguaglianza strutturale. È un simbolo, non una soluzione. La parità non si misura con gli esempi eccezionali ma con la normalità quotidiana. Quante donne comuni, con un’istruzione media e una famiglia da gestire, possono crescere professionalmente senza sacrificare tutto? Poche.
E qui sta la contraddizione più grande. Le stesse aziende che riempiono i loro spot di messaggi inclusivi sono spesso quelle che offrono salari bassi, turni impossibili e contratti precari. Vendono la parità come un valore, ma la praticano come un costo da tagliare. È la differenza fra marketing e realtà. Difendere la libertà femminile significa dotare la società delle condizioni economiche che la rendono concreta, assicurando servizi accessibili, flessibilità autentica e una fiscalità equa. Non serve uno slogan, serve un sistema che dia la possibilità di poter scegliere. Perché non c’è emancipazione senza un’autonomia economica. E non c’è libertà se le scelte sono obbligate dal reddito. Il mercato può raccontare ciò che vuole, ma i numeri – e le vite – dicono altro. Che si smetta di pubblicizzare la parità: piuttosto la si costruisca.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione