Uso delle telecamere e riconoscimento facciale –
A Londra, nel quartiere di Croydon, sta nascendo un fraintendimento di fondo. Si racconta l’introduzione del riconoscimento facciale come una svolta inquietante, quasi una frattura con il passato, quando invece siamo di fronte all’evoluzione di qualcosa che è già presente da molto tempo. Non è l’inizio di una nuova era del controllo, ma piuttosto il perfezionamento di
quella in cui viviamo da anni. E tuttavia i numeri aiutano a capire la dimensione del fenomeno.
La tecnologia di Live Facial Recognition si sta espandendo con una rapidità sorprendente. I numeri sono chiari quando raccontano che nel solo 2024 sono stati scansionati qualcosa come 4,7 milioni di volti. Un dato che non descrive solamente l’efficienza di un sistema, ma la sua diffusione. A questo si aggiunge l’impiego crescente di telecamere mobili installate su furgoni, pronte a pattugliare aree affollate, eventi pubblici e quartieri sensibili. In quel quartiere londinese la sorveglianza smette di essere sporadica e diventa una presenza costante.
Ed è proprio qui che l’equivoco prende forma. Si descrive questa realtà come se fosse una novità assoluta, dimenticando che siamo già circondati da telecamere. Da quando usciamo di casa per andare al lavoro oppure a fare la spesa, fino a quando entriamo in banca o in un ristorante, veniamo ripresi continuamente. È la normalità delle società contemporanee. L’unica differenza è che oggi quella rete diventa più intelligente.
Le telecamere tradizionali registrano e basta. Dopo un reato, si riguardano le immagini, si cercano elementi utili, spesso con tempi lunghi e margini di errore significativi. Il riconoscimento facciale consente invece di fare un passo in più: confrontare in tempo reale i volti con database di soggetti già segnalati, riducendo errori e aumentando l’efficacia dell’azione. Non si tratta di controllare tutti indiscriminatamente, ma di individuare meglio chi è già noto per rappresentare un rischio. E proprio questa capacità serve non soltanto a intervenire dopo ma anche a farlo prima, evitando più di un grattacapo a cittadini e forze dell’ordine. E in uno Stato di diritto distinguere è una garanzia, non una minaccia.
Si obietta che in questo modo si mette sotto sorveglianza l’intera popolazione. Ma questo avviene già, nei fatti. La questione vera non è se esista controllo, ma se questo sia più o meno efficace, più o meno esposto all’errore umano. Un sistema che funziona male è più pericoloso – e costoso – di uno che funziona bene, perché lascia spazio all’errore umano, all’ imprecisione e alle valutazioni soggettive.
Un approccio garantista non può limitarsi a rifiutare la tecnologia. Deve governarla. Servono regole, limiti, controlli indi-pendenti, trasparenza. Dentro questo perimetro rinunciare a strumenti più precisi significa scegliere deliberatamente una sicurezza minore. E la sicurezza non è il contrario di libertà. E’ una delle sue condizioni. Una società in cui è più difficile delinquere è anche una società in cui le persone possono muoversi con maggiore serenità e ovviamente più libertà.
Il modello londinese può essere discusso, corretto e regolato ma non può essere liquidato come una deriva autoritaria solo perché utilizza strumenti più moderni e avanzati. La tecnologia non arretra, semmai avanza e si evolve. E una società libera non si difende rifiutando l’innovazione, ma usandola meglio. L’incongruenza piuttosto è un’altra: ci si allarma per algoritmi che riconoscono volti, mentre si accetta senza troppe domande un sistema di sorveglianza diffusa che esiste da anni. Forse il punto non è evitare ogni forma di controllo – cosa ormai impossibile – ma renderla più precisa, più limitata e più giusta.
E soprattutto, fare in modo che serva a qualcosa.
Matteo Grossi
Scritto per La Ragione