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L’ARTE NON PUO’ ESSERE STATALE

A carico della spesa pubblica diventa Amministrazione senza creazione – 

L’Irlanda è diventata il primo Paese europeo a introdurre in modo permanente un reddito di base per artisti. Questa misura si chiama Basic Income for the Arts e nasce per sostenere la libertà creativa: 325 euro a settimana per circa 2.200 beneficiari. Ora, va bene tutto, la cultura è importante, l’arte è fondamentale, la bellezza salva il mondo: ma i soldi chi li mette? Sempre gli stessi, i contribuenti. Anche quel contadino che si alza all’alba per vangare il proprio campo e vendere le verdure in bottega o il pescatore che lavora sotto le intemperie per tornare al porto con qualche cernia. È davvero giusto che parte delle loro tasse finisca a qualcuno che sperimenta pittura astratta o scrive poesie che forse nessuno leggerà?
Dietro il romanticismo di un reddito di base per artisti vi è un problema di fondo: la sostituzione del merito con il sussidio. Per definizione, l’artista vive della capacità di parlare a un pubblico: se non ci riesce può fare altro, come hanno sempre fatto milioni di persone creative nella storia. Nessuno ha mai garantito a Michelangelo uno stipendio pubblico perché facesse il genio; è stato lui a procurarsi mecenati, committenti e mercato a suo favore. Per converso, lo Stato che paga gli artisti crea inevitabilmente una nuova forma di dipendenza. Non si può pensare che chi riceve soldi pubblici sia totalmente libero da condizionamenti. In tutti i regimi, di destra o di sinistra, sono sempre esistiti gli artisti di Stato, quelli che – più o meno consapevolmente – producono secondo le regole (dette o non dette) del potere.
C’è anche un altro aspetto. Chi decide chi è l’artista? In Belgio esiste lo Statuto d’artista, che definisce però criteri e requisiti. In Italia lo chiameremmo bonus, con la solita furbizia lessicale per nascondere un trasferimento di danaro. Ma anche con le migliori intenzioni, ogni selezione pubblica finisce per divenire arbitraria: un bando, una commissione, una graduatoria. L’arte, fortunatamente, non funziona così. E per chi crede che questo sia un modello da seguire, dobbiamo rispondere che l’Irlanda ha poco più di 5 milioni di abitanti mentre in Italia siamo quasi 59. E poi  – diciamocelo – ‘artisti’ ci sentiamo un po’ tutti. Quanto costerebbe mantenerci tutti creativi? Ma, almeno su questo, il nostro Paese ha mantenuto una certa coerenza. Nonostante i lamenti, i proclami e i momenti di gloria, lo Stato italiano ha sempre negato il reddito d’artista. E forse non è un male. Anche perché di esempi di artisti che hanno guadagnato montagne di soldi e poi li hanno sperperati ne abbiamo quanti ne vogliamo. Prendiamo Franco Califano, che a un certo punto arrivò a chiedere il sostegno della legge Bacchelli, una norma del 1985 che prevede un assegno vitalizio per chi si è distinto nella cultura, nell’arte o nello sport ma versa in condizioni di indigenza. Il Califfo, che aveva incassato cifre da capogiro durante la sua carriera, chiese aiuto allo Stato dopo aver speso l’impossibile.
Quando il successo di un’opera dipende dal consenso del pubblico e non dal timbro di un Ministero, allora l’arte è viva; se invece dipende dal bilancio dello Stato diventa amministrazione culturale. Il punto non è stabilire se l’artista meriti o meno un reddito, ma ricordare che da sempre la sua forza è l’indipendenza. L’arte nasce dove c’è rischio, dove c’è necessità. Lo Stato può creare le condizioni perché l’arte esista, ma non può sostituirsi al suo destino. Perché un’arte che non ha bisogno di convincere nessuno prima o poi smette anche di parlare a qualcuno.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione