Investire nella ricerca e valorizzare quella che abbiamo –
Mentre quattro esseri umani scivolano eleganti oltre l’orbita terrestre – sospinti da decenni di studio, errori, finanziamenti e pazienza (quella stessa pazienza che sulla Terra sembriamo aver smarrito) – noi restiamo qui a discutere se la ricerca sia una spesa o un investimento, come se il futuro fosse una voce opzionale di bilancio e non l’unica eredità che valga la pena di lasciare. Perché la verità, piaccia o meno, è che Artemis II è il risultato di una civiltà che ha deciso di prendere sul serio la conoscenza. E infatti quei quattro astronauti non stanno semplicemente viaggiando intorno alla Luna, ma stanno dimostrando che il progresso è una scelta politica, economica e culturale.
Noi italiani abbiamo invece scelto un’altra strada. Più pittoresca se vogliamo, sicuramente più economica nell’immediato perché investiamo poco, spesso male e poi ci condogliamo dicendo che *i cervelli non mancano”. Il che è vero, ma è anche il modo più elegante per dire che li regaliamo agli altri (come si faceva una volta con le opere d’arte durante le guerre, solo che oggi partono con una valigia e un dottorato invece che con una tela firmata). E così accade che molti dei contributi alla ricerca globale portano firme italiane scritte però su carta intestata straniera, perché i nostri giovani vanno dove la ricerca è considerata una necessità e non un lusso, dove un laboratorio non è una concessione ma un diritto, dove il futuro non viene rimandato alla prossima legislatura.
Forse dovremmo cominciare da qualcosa di semplice e persino poco costoso: mostrare ai più giovani che la ricerca è una realtà concreta e accessibile. Portarli nei luoghi in cui si costruisce il futuro – come il centro principale dell’Agenzia spaziale europea situato a Frascati (l’Ersi, cuore dell’osservazione della Terra) – significherebbe far capire loro che anche qui, anche in Italia, esistono eccellenze nate da menti italiane. Vi è poi una circostanza che racconta molto di noi: negli ultimi anni è stato quasi più facile per il nostro Paese puntare alla Luna che ai Mondiali di calcio. Non è una provocazione, ma un fatto che parla di competenze e priorità: perché dietro Artemis II ci sono anche Leonardo e Thales Alenia Space, che contribuiscono in modo determinante alla costruzione dei moduli e delle tecnologie della missione. Roba italiana, concreta, industriale, che funziona.
L’assurdità si fa ancora più evidente se guardiamo ai numeri: l’Italia investe in ricerca e sviluppo circa l’1,4% del Pil, una cifra che nel 2023 ha superato i 29 miliardi di euro ma che resta comunque inferiore alla media europea del 2,1% e a quella Ocse del 2,8%. E allora viene spontaneo chiedersi non cosa ci manchi, ma cosa potremmo diventare se solo decidessimo di pareggiare quegli investimenti. Nel frattempo altri progettano basi lunari, estraggono acqua dai crateri in ombra, immaginano stazioni di servizio nello Spazio come fossero autogrill cosmici. E tutto questo non nasce da un improvviso colpo di genio ma da investimenti continui, spesso invisibili, quasi noiosi, che però – come tutte le cose serie – funzionano.
Resta poi un’altra verità: mentre impariamo a vivere altrove continuiamo a vivere male qui, perché siamo capaci di progettare habitat sulla Luna ma non di evitare disastri sulla Terra. In fondo la frase di Luca Carra, direttore del giornale online “Scienza in rete”, non è una contraddizione ma una diagnosi: «Sappiamo fare cose meravigliose quando guardiamo in alto e cose terribili quando guardiamo intorno». La differenza, ancora una volta, sta tutta in ciò su cui decidiamo di investire.
Matteo Grossi
Scritto per La Ragione