La notizia della scomparsa di Emma Bonino ci obbliga a fare i conti con un pezzo fondamentale della storia repubblicana. Non perché si debba indulgere nella retorica funebre, che lei per prima avrebbe detestato, ma perché la sua biografia si confonde con la modernità civile di questo Paese. Nata in una provincia cuneese che oggi ci appare lontanissima nel tempo, Bonino ha attraversato un’Italia in cui i diritti civili basilari – dal divorzio all’interruzione di gravidanza, passando per il riconoscimento della dignità della persona – semplicemente non esistevano.
Chi guarda alla politica con gli occhi del liberalismo sa bene che la libertà non è un dono concesso dall’alto, né un’opinione da sventolare nei comizi: è una conquista faticosa, fatta di scelte individuali, assunzione di rischio e, soprattutto, di responsabilità personale.
Il contributo di Emma Bonino alla causa liberale risiede tutto nell’aver compreso che la democrazia liberale si nutre anche di disobbedienza civile. Quando nel 1975 decise di autodenunciarsi dopo aver aiutato le donne ad accedere a pratiche che la legge ipocritamente condannava alla clandestinità, non stava compiendo un atto di ribellione scomposta. Stava applicando il metodo radicale: forzare le istituzioni attraverso la legalità costituzionale e l’esposizione in prima persona.
Le leggi che negano l’autodeterminazione producono solo ipocrisia e sofferenza, scaricando i costi umani sui più deboli. Bonino ha smascherato quel sistema non con i proclami ideologici, ma mettendo il proprio corpo e la propria libertà personale sul banco degli imputati. Questo è il liberalismo dei fatti: il coraggio di sfidare l’ordine costituito per ampliarne i confini, accettando il carcere come parte del conto da pagare.
Ridurre la parabola politica di Emma Bonino ai soli confini italiani sarebbe un errore grossolano. Dalle aule del Parlamento europeo ai teatri delle crisi umanitarie nei Balcani e in Africa, fino alla battaglia per la Corte penale internazionale, la sua azione è stata mossa da una chiara bussola liberale: i diritti non hanno confini e l’indifferenza è la prima alleata della barbarie.
Da commissaria europea prima e da ministra degli Esteri poi, ha dimostrato che la politica estera non è un esercizio notarile, ma una responsabilità morale. Che si trattasse di gestire la sicurezza alimentare, di battersi contro le mutilazioni genitali femminili o di denunciare le derive autoritarie, l’approccio è sempre rimasto lo stesso: pragmatismo istituzionale unito a una visione intransigente della dignità umana.
Oggi che l’Italia salta il fosso della memoria e saluta una delle sue protagoniste più irriverenti e lucide, ci resta un ammonimento che vale più di mille epitaffi. Ce lo ha ricordato la stessa Bonino nei suoi ultimi anni, invitandoci a non dare mai nulla per acquisito: i diritti non sono scolpiti nella pietra. Si conquistano con la fatica e si perdono per distrazione.
Difendere lo spazio della libertà individuale, la laicità delle istituzioni e il primato della responsabilità personale rimane il compito più difficile. Emma Bonino lo ha fatto per settantotto anni, ricordandoci che la politica, quando è alta, serve a rendere gli individui un po’ più liberi e un po’ meno sudditi.
Matteo Grossi