Prodotti italiani e protezionismo statunitense –
Nel lessico dell’economia internazionale il termine anglosassone “dumping” indica una pratica commerciale a dir poco scorretta. Significa vendere un prodotto all’estero a un prezzo inferiore rispetto a quello normalmente praticato sul mercato interno o, ad-dirittura, sotto i costi di produzione. E’ una strategia spesso usata per penetrare all’interno di un mercato straniero, guadagnare quote e mettere fuori gioco la concorrenza. In risposta, i Paesi che si sentono danneggiati possono applicare dazi antidumping, tariffe aggiuntive pensate per riportare il prezzo del prodotto importato a un livello normale in modo da non danneggiare le imprese locali. Non vedetela come una guerra commerciale e neppure come protezionismo: è semplicemente un meccanismo regolato da norme internazionali previste dalla Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio. Detta in maniera più schietta: è una forma di arbitrato fra concorrenza e distorsione.
Quello che sta succedendo negli Stati Uniti con la pasta italiana – e che ha agitato in modo teatrale i politici nostrani – rientra perfettamente in questo schema. Tuttavia, come spesso accade nel nostro Paese, la realtà viene inscenata come una commedia già vista: si prende un fatto tecnico e lo si impacchetta come un dramma da prima serata televisiva, pronto per chi finge di capire e per chi spera di confondere.
Giuseppe Conte ha evocato il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca come il prologo di un attentato alla nostra sovranità culi-naria, annunciando con gravità un dazio del 107% sulla pasta italiana. Gli ha fatto eco Riccardo Magi di +Europa, denunciando un’oscura strategia americana per favorire le imitazioni e costringerci alla delocalizzazione. La verità è che il Dipartimento del Commercio americano – un organo tecnico, non politico – ha avviato diverso tempo fa (quando Trump non era ancora stato rie-letto) un’indagine su richiesta di alcune aziende locali. Non si tratta quindi di un’azione ad hoc contro l’Italia, ma di un’indagine rivolta a specifici marchi italiani: in particolare La Molisana e Garofalo. Secondo l’accusa, questi due brand avrebbero venduto pasta negli Stati Uniti a prezzi considerati bassi in modo anomalo. In mancanza di collaborazione documentale – cioè di dati completi – è scattata una misura provvisoria: un dazio antidumping del 91,74%. A questo si somma un dazio del 15% già in vigore su tutta la pasta europea ed ecco dunque servito il famigerato 107%.
Non è insomma un colpo di Stato contro le penne tricolori. E una procedura standard, prevista dalle regole che anche noi, come Unione Europea, applichiamo in circostanze analoghe. Ma Conte e soci fanno finta di non sapere o, peggio ancora, sanno e fanno finta che sia comunque colpa di qualcun altro. Ciò che inquieta non è la misura americana, ma la reazione italiana: isterica e alquanto furbesca. Si grida al protezionismo statunitense, ma si tace sul fatto che alcune aziende hanno scelto di non fornire documentazione sufficiente, innescando di fatto il trattamento punitivo. Si parla di delocalizzazione forzata, ma poi si scopre che i manager italiani stanno valutando seriamente di aprire uno stabilimento negli Stati Uniti, come se l’inchiesta fosse soltanto una scusa per una decisione già in cantiere.
La colpa è insomma sempre degli altri. Prima dei cinesi, poi degli americani che – guarda un po’ – applicano le stesse regole di mercato che noi invochiamo soltanto quando ci conviene. E quando qualcuno Oltreoceano prova a farci i conti in tasca, invece di rispondere coi numeri preferiamo allarmare i cittadini a colpi di indignazione prêt-à-publier.
Matteo Grossi
Scritto per La Ragione