Se c’è una lezione che la vicenda del nucleare insegna da decenni è che in Italia si è spesso preferito decidere sull’onda delle paure anziché sulla base dei fatti –
Nel 1987 e nel 2011 due referendum chiusero la porta all’energia atomica. Oggi, però, il quadro appare diverso: secondo il sondaggio Demopolis, il 51% degli italiani si dice favorevole a un ritorno del nucleare di nuova generazione. Non è una maggioranza schiacciante, ma è comunque un segnale che merita attenzione.
Le ragioni dei favorevoli sono comprensibili e difficilmente liquidabili come propaganda. In un Paese che importa gran parte dell’energia che consuma, la riduzione della dipendenza dall’estero rappresenta un obiettivo strategico. C’è poi il tema dei costi, perché l’energia non è una questione ideologica ma una componente decisiva della competitività delle imprese e del bilancio delle famiglie. E c’è infine chi ritiene che le tecnologie nucleari più avanzate offrano standard di sicurezza molto superiori a quelli del passato. Anche le obiezioni dei contrari meritano rispetto, certamente. La sicurezza degli impianti, la gestione delle scorie e i tempi di realizzazione sono questioni reali tuttavia il dibattito italiano soffre di un vizio ricorrente: si confronta il nucleare reale con un modello ideale di rinnovabili che, nella pratica, incontra ostacoli enormi.
Molti sostengono che bisognerebbe investire esclusivamente nelle energie rinnovabili. Benissimo. Ma sarebbe utile aggiungere un elemento di realismo. I pannelli solari non si installano nel vuoto. Richiedono superfici importanti e, ogni volta che si propone un grande impianto fotovoltaico, si scopre che quasi nessuno è disposto a cedere i propri terreni agricoli o a vedere trasformato il paesaggio che ha davanti casa. Accade con il solare, accade con l’eolico, accade con qualsiasi infrastruttura energetica. Si invocano le rinnovabili in astratto e le si ostacola in concreto. Del resto viviamo in un Paese nel quale, da decenni, gli ambientalisti hanno quasi sempre vinto. Hanno vinto contro il nucleare, contro numerose infrastrutture energetiche, contro impianti industriali e opere considerate strategiche. E non si tratta soltanto delle centrali atomiche. Come abbiamo visto negli ultimi anni, anche molti impianti da fonti rinnovabili finiscono bloccati da vincoli, ricorsi e opposizioni territoriali. Spesso sono gli stessi Comuni, le Province e le Regioni a fermare la realizzazione di parchi fotovoltaici ed eolici per interessi locali. Il risultato è che l’Italia continua a dipendere dall’energia prodotta altrove.
Si predica la transizione energetica, salvo poi ostacolare sul territorio quasi tutte le infrastrutture necessarie per realizzarla. La vera contraddizione emerge nell’ultima risposta del sondaggio. Il nucleare piace, ma purché la centrale venga costruita da un’altra parte. Quando l’impianto viene immaginato nella propria provincia, il no sale al 58%. Detto in soldoni: l’energia serve, ma non vicino a casa mia. Se si ritiene che il nucleare sia utile alla sicurezza energetica e alla competitività del Paese, bisogna avere il coraggio di assumersene anche gli oneri. Se invece lo si considera sbagliato, lo si dica apertamente. Quello che non è più sostenibile è continuare a pretendere energia abbondante, economica e pulita, rifiutando contemporaneamente ogni infrastruttura necessaria per produrla.
Urge scegliere se l’Italia vuole finalmente affrontare la questione energetica con pragmatismo oppure continuare a coltivare l’illusione che basti dire “rinnovabili” per risolvere problemi che richiedono investimenti, territorio, infrastrutture e, soprattutto, decisioni. Decisioni che qualcuno dovrà avere il coraggio di prendere, anche quando non saranno popolari nel cortile di casa.
Matteo Grossi