Crescono le pubblicazioni ma non il confronto fra e nei partiti –
Nel vedere la politica italiana così affaccendata fra emergenze dichiarate, campagne permanenti e presenze televisive, può essere ironico – e forse anche rivelatore – trovare il tempo per consegnarsi alla pagina scritta. Come se il libro rappresentasse ancora una forma di legittimazione più duratura del consenso, un tentativo di fissare in un oggetto silenzioso ciò che nella realtà quotidiana della politica appare invece continuamente sfuggente e contraddittorio. Così accade che, mentre le librerie si preparano ad accogliere i rituali del Premio Strega, arrivino sugli scaffali anche i volumi di alcuni leader di partito, quasi a suggerire che la competizione per l’attenzione pubblica non si svolga più solamente nelle piazze o in Parlamento ma anche fra copertine patinate e titoli programmatici, dove la politica prova a raccontarsi con una calma e una coerenza che raramente riesce a mantenere nella pratica. Del resto per costoro scrivere libri non è una novità. È anzi diventata negli anni una sorta di attività parallela: una seconda carriera che accompagna quella principale, come se il politico moderno avesse bisogno di duplicarsi. E infatti da una classifica dei politici-scrittori più prolifici emerge un dato che è insieme curioso e significativo: al primo posto si trova Matteo Renzi, con quattordici pubblicazioni. A distanza segue Carlo Calenda, che con una regolarità quasi industriale ha mantenuto il passo di un libro ogni anno e mezzo, aggiungendo ora un nuovo titolo a una produzione che sembra rispondere a una disciplina personale più che a una necessità politica immediata.
Eppure, osservando questo fenomeno, viene da chiedersi se questa dedizione – certamente rispettabile e in qualche misura anche necessaria – non sottragga tempo ed energie a ciò che un tempo costituiva il cuore della politica: la costruzione di comunità, il rapporto diretto con i territori, la formazione di una classe dirigente diffusa e consapevole, capace non soltanto di rappresentare un partito ma di comprenderlo davvero.
Forse, più che libri destinati a un pubblico che realisticamente resta limitato, sarebbe di buon senso dedicare quelle stesse ore a scrivere ad altre persone: ai militanti smarriti che hanno aperto sedi, spesso senza risorse e visibilità; a chi tiene in vita un simbolo in una provincia lontana dai riflettori; a chi si dichiara appartenente a un partito, ma sempre più sovente non saprebbe indicarne una sede fisica né descriverne con precisione i principi. E le nostre comunità ne sono piene. Perché la politica prima di essere racconto è trasmissione e prima di essere libro è parola condivisa, discussione, finanche fraintendimento corretto nel tempo.
Un tempo le aggregazioni politiche – con o senza sede, ma sempre con una presenza reale – funzionavano come moltiplicatori del pensiero: il leader parlava, i tesserati ascoltavano, si confrontavano e poi riportavano quel pensiero nei loro quartieri, nelle loro città, nei loro paesi, trasformandolo in qualcosa di vivo e di discusso. Oggi invece si ha talvolta l’impressione che il libro sostituisca quel processo, trasformandolo in qualcosa di più elegante ma anche più solitario, più controllato ma meno efficace, come se la politica preferisse essere letta anziché praticata.
E così, mentre le librerie si riempiono di titoli e i leader aggiungono un nuovo saggio alla propria bibliografia, resta il dubbio che la politica italiana scriva sempre di più proprio nel momento in cui parla meno con chi dovrebbe davvero ascoltarla.
Matteo Grossi
Scritto per La Ragione