Vai al contenuto

REFERENDUM FATTO QUASI AL BUIO

I fuorisere non possono votare e la consapevolezza scarseggia – 

Vi è un momento, nei dibattiti italiani, in cui la politica smette di guardare i cittadini e comincia a fissare i grafici. È il momento in cui i sondaggi diventano più importanti delle regole del gioco e le percentuali contano più delle persone. A poco più di cinquanta giorni dal referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, il Paese appare distratto e confuso. E la politica, anziché domandarsene il motivo, assiste a questo malessere come a un qualcosa che accade perché deve accadere, non come a un fenomeno che essa stessa ha suscitato.
I numeri parlano chiaro, ma non dicono tutto. Poco più di un italiano su tre dice che andrà a votare, uno su due non sembra minimamente interessato e quasi la metà ammette di non sapere nemmeno di che cosa si sta parlando. Una riforma costituzionale che incide sull’architettura della giustizia viene discussa come si commenta una serie tv vista distrattamente, magari partendo dalla seconda stagione. Malgrado ciò, quando si entra nel merito qualcosa emerge. Fra quanti conoscono i contenuti della riforma l’idea della separazione delle carriere e di una Corte disciplinare raccoglie pareri favorevoli per nulla banali. Minor consenso raccoglie invece il meccanismo dell’estrazione a sorte dei componenti del Csm, percepito da molti come uno strumento debole rispetto all’obiettivo di rafforzarne indipendenza e credibilità. Tuttavia, il dato più interessante è un altro: la maggioranza degli italiani non crede che questa riforma migliorerà davvero il funzionamento della giustizia. E uno scetticismo maturo. Un atteggiamento che, con un po’ di attenzione e qualche lettura in più, potrebbe ancora cambiare in termini di consapevolezza. Fin qui i sondaggi. Poi c’è la realtà, che è meno elegante dei grafici a torta e ci dice che centinaia di migliaia di cittadini – studenti, lavoratori, malati – dovranno tornare nel proprio Comune di residenza per votare, oppure saranno costretti a rinunciare. E questo nel 2026, non nel 1926. Nell’anno dell’identità digitale, dei pagamenti con il telefono e delle riunioni su Zoom, lo Stato italiano scopre improvvisamente che far votare i fuorisede è “tecnicamente complicato”. Eppure è già stato fatto per le elezioni europee del 2024 e per i referendum dell’anno passato. Ma soltanto in via sperimentale, come se il voto fosse un farmaco da testare con prudenza. Per estendere quella possibilità sarebbe servita una scelta politica che invece non c’è stata: gli emendamenti dell’opposizione sono stati respinti con un banale «Non c’è tempo». Non c’è tempo per chi: per lo Stato o per i cittadini? Perché in democrazia il tempo dovrebbe essere dalla parte di chi governa, non di chi vota. E se la macchina pubblica diventa improvvisamente lenta allorquando si tratta di allargare la partecipazione, qualche sospetto è legittimo. Ennio Flaiano avrebbe forse scritto che in Italia «la situazione è grave ma non seria». Qui forse è il contrario: è seria, ma viene trattata con una leggerezza irresponsabile. Si discute se vinceranno i Sì oppure i No e se gli indecisi si muoveranno all’ultimo. Ma si accetta senza troppo scandalo che una parte dell’elettorato sia scoraggiata – di fatto – dall’esercizio del diritto di voto.
Una democrazia degna di questo nome dovrebbe partire da qui: non dal risultato, ma dal metodo. Non dal sondaggio, ma dalla scheda. Perché una riforma della giustizia votata da pochi, male informati e selezionati per residenza anagrafica, non rafforza le istituzioni. Semmai le indebolisce.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione