Non ci si preoccupa che funzionino ma ci si difende emanandole –
La valanga normativa che ogni anno travolge e soffoca l’Italia è un nonsenso tutto nostro: più leggi produciamo, meno riusciamo a governare e, di conseguenza, anche a lavorare. E l’effetto di un sistema che sembra convinto che la realtà si cambi a colpi di carta stampata.
Nell’anno passato le Gazzette Ufficiali hanno toccato quota 35.140 pagine; nei primi nove mesi di quest’anno siamo già a 25.888. Una mole che sfiora l’assurdo (fotografata dal report della Cgia di Mestre) e racconta meglio di ogni dibattito politico la ragione profonda della nostra inefficienza pubblica: non mancano le norme, manca la capacità di farle funzionare.
Il 18 aprile 2025 è diventato la data simbolo dell’iperattività burocratica: 5.157 pagine in un solo giorno, tutte dedicate agli Indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa). E la dimostrazione plastica di un modo di legiferare che, invece di chiarire, confonde; invece di semplificare, complica. E come se la Pubblica amministrazione, per paura di non sbagliare, si nascondesse dietro cumuli di faldoni di carta. E così la montagna normativa cresce, si sovrappone, si contraddice. Lo stesso mese – ironia della sorte – un altro supplemento ha abrogato in un colpo solo 30.700 leggi pre-repubblicane. Una pulizia necessaria, certo, ma che dice quanto a lungo abbiamo tollerato un deposito archeologico di inutili norme.
Nel nostro Paese le leggi sono così tante e complicate che ogni volta che ne arriva una nuova si rendono necessari altri decreti, regolamenti e chiarimenti per poterla far funzionare. Il risultato è un labirinto in cui imprese e cittadini faticano a orientarsi. Secondo la Cgia, le cause principali sono due: non si eliminano le norme ormai superate e si ricorre troppo spesso ai decreti legge, che dovrebbero servire solo per vere urgenze ma sono ormai divenuti uno strumento ordinario di governo. In questa giungla colma di confusione cresce anche la discrezionalità, che apre la porta alla corruzione e rallenta le decisioni.
Il think tank Ambrosetti stima che la burocrazia costi all’Italia qualcosa come 572 miliardi di euro l’anno. E una tassa nascosta che pesa soprattutto sui territori più produttivi: Milano perde 6,1 miliardi, Roma 5,4 e Torino 2,2. Dove vi sono più imprese, vi sono più obblighi e procedure. Un disastro, perché proprio quei territori dovrebbero potersi muovere più rapidamente anziché essere frenati da permessi e scartoffie.
Questa complessità crea anche disuguaglianze. Se le grandi aziende possono permettersi legali interni, le micro e piccole imprese – che sono il cuore pulsante dell’economia italiana – devono invece affrontare in autonomia una foresta di norme. Molte finiscono per rinunciare a investire, a innovare e persino ad assumere perché ogni passo apre un percorso a ostacoli. Questo danneggia anche l’attrattività del Paese, poiché nessun investitore vuole operare dove, per ogni adempimento, bisogna interpretare la legge invece di seguirla.
Eppure la soluzione esiste. Basterebbe ridurre il numero delle norme, valutarne l’impatto economico, far dialogare le banche dati pubbliche adoperando l’intelligenza artificiale e digitalizzare seriamente i processi amministrativi. Servirebbe uniformare la gestione telematica e, soprattutto, formare i dipendenti pubblici. La burocrazia italiana non è una condanna inevitabile: se l’abbiamo costruita possiamo anche cambiarla.
Servirebbe anche una scelta politica chiara e coraggiosa. Meno leggi, ma più chiare. Meno carta e più responsabilità. Meno adempimenti e più controlli efficaci. Se il mondo corre, noi non possiamo assolutamente restare indietro a consultare le Gazzette.
Matteo Grossi
Scritto per La Ragione