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TETTO E MISURAZIONE DEL LAVORO

I dirigenti pubblici posso anche essere pagati di più, ma sui risultati – 

Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo contesta l’idea di fissare un tetto alle retribuzioni dei dirigenti pubblici, giudicandola una misura sbagliata e poco efficace. Ricorda che quel limite fu introdotto (da Matteo Renzi) in una fase di emergenza, ma che un’emergenza non può protrarsi per quattordici anni. E aggiunge che, se si vogliono attrarre competenze a-deguate, occorre anche riconoscerle sul piano retributivo. Fin qui il suo pensiero potrebbe risultare anche condivisibile. Se non che, come spesso accade nel dibattito pubblico, si parte dalla fine e non dall’inizio. Il tetto agli stipendi non fu introdotto per sadismo moralista, bensì per una ragione semplice: lo Stato italiano spendeva – e spende tuttora – più di quanto possa permettersi e lo faceva senza che a quella spesa corrispondessero risultati misurabili. Il tetto non era una riforma, era una stampella. Il problema è che la stampella non è mai stata sostituita dalla gamba.
Nessuno di noi ha alcuna obiezione di principio a stipendi elevati nel settore pubblico. Le responsabilità elevate meritano compensi elevati. Ma il punto decisivo converge attorno a una domanda: chi decide che quella responsabilità è stata esercitata bene? Non manca il denaro, manca la responsabilità e – importante – mancano premi che siano veri premi e penalizzazioni che siano vere penalizzazioni. Senza tutto questo, togliere il tetto non significa attrarre talenti, ma soltanto alzare il costo dell’ inefficienza.
A rafforzare la tesi c’è un dato concreto, che va tenuto sullo sfondo senza bisogno di enfatizzarlo: il Phrr. Il nostro Paese ha dimostrato di saper ottenere risorse straordinarie, tuttavia continua a dimostrare difficoltà nel trasformarle in risultati nei tempi previsti. Ritardi, revisioni e obiettivi rinviati non dipendono dalla mancanza di fondi, ma dai litigi organizzativi e decisionali della macchina pubblica. Non è un processo alle persone, ma una constatazione di sistema. Ed è proprio per questo che il tema delle retribuzioni non può essere disgiunto da quello delle responsabilità e dei risultati, perché prima si misura la capacità di fare e soltanto dopo si discute serenamente – e seriamente – di quanto pagare.
Il ministro Zangrillo rivendica anche aumenti salariali complessivi tra il 16 e il 18% nel periodo 2022-2027, precisando che nel privato non si vedono situazioni simili. La questione è però mal posta. Nel settore privato gli stipendi crescono se cresce la produttività, se cresce il valore, se qualcuno rischia capitale proprio. Nel settore pubblico gli aumenti sono finanziati dai contri-buenti, anche da quelli che quegli aumenti non li vedono e che spesso ricevono servizi peggiori.
Non si chiedono dunque stipendi pubblici bassi ma si chiedono stipendi giusti, che è una cosa diversa.
Giusti rispetto ai risultati, non alle intenzioni. Giusti rispetto ai servizi resi, non ai comunicati stampa. Se la Pubblica amministrazione funzionasse come dovrebbe, se i tempi della giustizia fossero europei, se le autorizzazioni non fossero un labirinto in cui perdersi, se i fondi pubblici venissero spesi bene e in tempo, nessuno si straccerebbe le vesti per dirigenti ben pagati. Il problema è che tutto ciò non accade manco per sbaglio. Dire che l’emergenza è finita non basta. L’emergenza non è solo contabile, è strutturale. E dura finché non si riforma il modo in cui lo Stato misura sé stesso. Prima si costruisce un sistema serio di responsabilità e valutazione, poi si discute di stipendi. Fare il contrario sarebbe come chiedere fiducia senza offrire garanzie. Sappiamo bene che in prima lettura è stato recentemente approvato dalla Camera il disegno di legge Zangrillo di riforma delle carriere nella Pubblica amministrazione, che fra le altre cose modifica il sistema di misurazione e valutazione della performance. Ma dopo decenni di riforme ‘storiche’ della Pa che poco hanno inciso nel corpaccione dell’impiego pubblico, ci sentiamo autorizzati a esprimere un certo scetticismo.
In conclusione, il tetto non è un totem da difendere per principio, ma nemmeno un ostacolo da rimuovere per slogan.
È un segnale della mancanza di riforme vere. Toglierlo senza averle fatte non è modernizzazione: è solo spesa in più.
E quella, nel nostro Paese, non è mai mancata.

Matteo Grossi
Scritto per La Ragione