La tassa sulla conservazione dei documenti in Cloud –
Prima di discuterne gli effetti, conviene spiegare di cosa stiamo parlando. La cosiddetta cloud tax non è una tassa generica sul digitale né un’imposta sui profitti delle grandi piattaforme. E l’estensione dell’equo compenso per copia privata – il balzello che già paghiamo su smartphone, tablet, hard disk e chiavette – anche agli spazi di archiviazione in cloud. La logica è questa: poiché l’utente potrebbe effettuare copie private di opere protette da copyright, si applica una tariffa preventiva sui dispositivi o supporti capaci di memorizzarle, così da compensare gli autori per un danno presunto.
Assomiglia a un processo alle intenzioni, in quanto non ti si accusa di aver violato il diritto d’autore ma si presume che tu possa farlo. E sulla base di questa possibilità si applica un costo. Ora questo schema viene trasportato nel mondo dell’archiviazione online. Il decreto è stato firmato dal ministro Alessandro Giuli e prevede una tariffa fino a 2,40 euro al mese per utente, calcolata per gigabyte: 0,0003 euro fino a 500 Gb e 0,0002 oltre tale soglia, con esenzione fino a 1 Gb. In questo modo l’Italia si appresta a essere il primo Paese al mondo a tassare la copia privata del cloud.
Il punto è che l’equo compenso nasce in un’epoca analogica, quando si duplicavano Cd e Dvd.
Trasportarlo nel cloud significa ignorare la natura stessa di questi servizi. Gli spazi di archiviazione online sono usati prevalentemente per conservare documenti, fotografie, backup personali e aziendali. Non sono strumenti pensati per la pirateria né la responsabilità per eventuali violazioni del copyright ricade sui fornitori del servizio.
Non sorprende che dagli Stati Uniti la misura venga letta come l’ennesimo segnale ostile verso le aziende americane dacché il mercato del cloud in Italia è dominato da operatori statunitensi. Di conseguenza la maggior parte dell’onere ricadrebbe su imprese d’Oltreoceano. In un momento in cui il governo italiano ambisce a rafforzare i rapporti economici con Washington e a proporsi come hub tecnologico nel Mediterraneo, il messaggio che si manda è alquanto ambiguo: da un lato si invita a investire, dall’altro si moltiplicano i prelievi. Durante la visita a Washington dello scorso aprile la presidente del Consiglio Giorgia
Meloni aveva parlato di collaborazione per evitare misure percepite come discriminatorie verso le società statunitensi. Oggi questa scelta rischia di produrre l’effetto opposto.
Se non è in discussione la difesa del diritto d’autore – che nessuno mette in dubbio – è invece discutibile lo strumento scelto. In Italia esiste già un’imposta del 3% sui ricavi delle grandi piattaforme digitali con un fatturato superiore a 750 milioni di euro. La nuova tassa dovrebbe garantire circa 100milioni di dollari all’anno. Davvero qualcuno pensa che moltiplicando i prelievi si rafforzi la competitività? Ogni nuova imposizione aumenta i costi, complica il quadro normativo, disincentiva investimenti e rafforza l’idea che il digitale sia prima di tutto un serbatoio fiscale da cui attingere.
Si proclamano piani per la digitalizzazione del Paese, per l’innovazione delle imprese, per la modernizzazione della pubblica amministrazione e poi si tassano gli strumenti che rendono possibile quella trasformazione. È un’impostazione che guarda al gettito immediato e non alla crescita strutturale. Colpire il cloud come se fosse un vecchio masterizzatore è il segno che non si è compresa la natura dell’innovazione. E’ una scorciatoia fiscale travestita da tutela culturale.
E il pericolo è sempre il medesimo: nel tentativo di proteggere il passato, si finisce per tassare il futuro.
Matteo Grossi
Scritto per La Ragione