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	<description>Candidato con Letizia Moratti</description>
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		<title>IL PD DELLE PORTE GIREVOLI</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/il-pd-delle-porte-girevoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 10:46:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si esce sbattendo la porta, si rientra bussando piano: la formula per restare centrali senza mai davvero andarsene – Da tempo la solita storia. Un dirigente lascia il Partito Democratico accusandolo di aver smarrito la propria identità. Affitta una sala d&#8217;hotel, spesso elegante, e lancia un nuovo soggetto politico tra applausi e migliaia di adesioni&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr"><em>Si esce sbattendo la porta, si rientra bussando piano: la formula per restare centrali senza mai davvero andarsene –</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr">Da tempo la solita storia. Un dirigente lascia il Partito Democratico accusandolo di aver smarrito la propria identità. Affitta una sala d&#8217;hotel, spesso elegante, e lancia un nuovo soggetto politico tra applausi e migliaia di adesioni in poche ore. Promette uno spazio &#8220;altro&#8221;, oltre gli schemi, capace finalmente di parlare al centro. E poi, con il passare dei mesi, quello spazio comincia lentamente a ridisegnarsi non come alternativa al centrosinistra, ma come sua costola indispensabile, il pezzo mancante senza il quale la coalizione non può vincere.<br />
Non è un&#8217;invenzione recente. Non è un caso isolato. Non è nemmeno, a ben vedere, una novità.<br />
Pina Picierno ne è l&#8217;ultimo esempio. Lasciato il PD a giugno con l&#8217;accusa alla segreteria di Elly Schlein di non essere più &#8220;inclusiva&#8221;, ha fondato Spazio Pubblico in una convention a Torino, raccogliendo settemilacinquecento adesioni in settantadue ore. Il progetto si presenta come riformista, europeista, capace di superare il bipolarismo forzoso. Ma l&#8217;obiettivo dichiarato, con il tempo, si è fatto più chiaro: ricostruire &#8220;il centrosinistra italiano&#8221;, quello delle origini, del Lingotto. Non un luogo nuovo, dunque. Una restaurazione con un altro nome.<br />
Matteo Renzi, con Italia Viva, questo copione lo recita da sette anni. Uscito dal PD nel 2019, ha attraversato governi, scissioni e liste elettorali deludenti sempre rivendicando la propria autonomia. Eppure oggi, mentre lancia la sua &#8220;Casa Riformista&#8221;, il messaggio è identico: il campo largo di Pd, M5S e Avs si fermerebbe al quaranta per cento, e senza il contributo riformista — cioè senza di lui — il centrosinistra non può governare. Fuori dalla fotografia, sempre pronto a rientrare nell&#8217;inquadratura.<br />
A chi si sente davvero di centro, però, non interessa ricostruire nulla di vecchio. Interessa costruire uno spazio in cui le idee liberali possano vivere per quello che sono, senza essere bollate come &#8220;di destra&#8221; dai conservatori o come &#8220;élite&#8221; dai populisti. Sono due ambizioni diverse, anche se si vestono con lo stesso linguaggio riformista.<br />
Il problema, in fondo, è di prospettiva. Chi nasce dentro il centrosinistra e se ne allontana continua a guardare la politica da lì: il centro, per lui, resta una stanza in più della stessa casa, non un edificio diverso. Cambiano gli arredi, cambia l&#8217;insegna sulla porta, ma l&#8217;indirizzo è sempre quello. Ed è per questo che, puntualmente, la nuova creatura finisce per essere valutata non per quello che propone, ma per quanti punti percentuali può regalare alla coalizione d&#8217;origine il giorno delle urne.<br />
E poi c&#8217;è la questione dei nomi, che a volte dice più dei programmi. Spazio Pubblico, come se gli altri fossero spazi privati. Partito Democratico, come se in Italia non potesse esistere un partito che non lo sia (e infatti nessuno l&#8217;ha mai davvero messo alla prova, il nome).<br />
C&#8217;è chi, come Anna Paola Concia, sostiene che questi movimenti intercettino una domanda politica reale, rimasta a lungo senza rappresentanza. Può darsi. Ma finché la porta resta girevole, quella domanda rischia di restare in eterno un&#8217;anticamera del centrosinistra, mai la sala principale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr"><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<title>MERITO DI STATO</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/merito-di-stato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 09:14:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni bonifico pubblico diventa un post, ogni post diventa un comizio: benvenuti nella politica del &#8220;grazie a me&#8221; – Il giorno dopo un decreto che stanzia fondi ai cittadini, sui social compare sempre lo stesso genere di annuncio. Foto istituzionale, sorriso di circostanza, e la frase che fa da liturgia: &#8220;Grazie a me, i cittadini&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr"><em>Ogni bonifico pubblico diventa un post, ogni post diventa un comizio: benvenuti nella politica del &#8220;grazie a me&#8221; –</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr">Il giorno dopo un decreto che stanzia fondi ai cittadini, sui social compare sempre lo stesso genere di annuncio. Foto istituzionale, sorriso di circostanza, e la frase che fa da liturgia: &#8220;Grazie a me, i cittadini riceveranno&#8230;&#8221;. Segue l&#8217;elenco delle cifre, l&#8217;hashtag del partito, e la firma di chi si intesta &#8211; da solo &#8211; un provvedimento nato da una filiera che coinvolge uffici tecnici, commissioni parlamentari, ragionerie dello Stato e, non ultimi, i soldi di chi quelle tasse le versa ogni mese.<br />
Non conta la filiera. Non conta chi ha scritto l&#8217;emendamento, chi lo ha finanziato in copertura, chi lo ha votato in aula. Conta il post.<br />
Il meccanismo è vecchio quanto la politica stessa: prendere una decisione collettiva, spesso frutto di mediazioni faticose tra maggioranza e minoranza, e trasformarla in un favore personale elargito dall&#8217;alto. Un po&#8217; come il benefattore di paese di certa commedia all&#8217;italiana, quello che regala la stufa alla vedova e si aspetta il voto in cambio (Alberto Sordi lo avrebbe reso immortale in tre battute). Solo che qui il regalo non è suo: sono soldi pubblici, prelevati da tutti e redistribuiti secondo criteri che un parlamentare o un assessore, da soli, non decidono mai.<br />
Il terreno, va detto, è fertile. Secondo l&#8217;ultimo Rapporto Censis sulla comunicazione, l&#8217;86,2% degli italiani usa i social network, e sette su dieci tra chi li frequenta si informa ormai attraverso i reel -contenuti brevi, veloci, pensati per essere consumati tra un video e l&#8217;altro senza verifica. In quello spazio compresso non c&#8217;è posto per la spiegazione di come funziona una copertura di bilancio. C&#8217;è posto solo per un soggetto, un verbo, un beneficio: io, ho fatto, per voi.<br />
Ed è qui che il trucco funziona meglio. Perché il messaggio implicito non è mai &#8220;questo provvedimento serve ai cittadini&#8221;. È: &#8220;senza di me questo provvedimento non ci sarebbe stato, quindi continuate a votarmi&#8221;. Il merito diventa credito, il credito diventa consenso, il consenso diventa la prossima campagna elettorale già finanziata dal contribuente che l&#8217;ha, involontariamente, resa possibile.<br />
Non è un fenomeno di una parte sola, e sarebbe comodo pensarlo. Lo fa il parlamentare che rivendica un bonus deciso in un tavolo a cui non era nemmeno seduto. Lo fa l&#8217;assessore regionale che intitola a sé un fondo europeo scritto da un ufficio tecnico due piani sotto il suo. Lo fa, talvolta, anche chi si professa lontano da questa logica e poi cade nella stessa tentazione appena arriva il momento di postare. La differenza tra un partito e l&#8217;altro, in questo, si misura in sfumature, non in principi.<br />
Einaudi diceva che conoscere per deliberare è la prima regola della democrazia. Vale anche al contrario: chi delibera dovrebbe lasciarsi conoscere per quello che ha davvero fatto, non per quello che riesce a raccontare in centottanta caratteri. Ma raccontare costa meno che governare, e rende di più in fretta (e questo, ai piani alti dei partiti, lo sanno benissimo).<br />
Alla fine il cittadino resta con due certezze soltanto. La prima è che quei soldi, in un modo o nell&#8217;altro, li ha già pagati lui. La seconda è che qualcuno, alla prossima campagna elettorale, gli chiederà di ringraziare.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr"><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<title>IL MITO DELLA PENA FACILE</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/il-mito-della-pena-facile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 19:33:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è un tic nervoso che affligge la politica italiana da almeno trent&#8217;anni: ogni volta che la cronaca nera accende i riflettori su un fenomeno sociale drammatico &#8211; che si tratti di baby gang, reati giovanili o microcriminalità nelle stazioni &#8211; la risposta delle istituzioni è immediata e fallimentare. Creare un nuovo reato, alzare le pene&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un tic nervoso che affligge la politica italiana da almeno trent&#8217;anni: ogni volta che la cronaca nera accende i riflettori su un fenomeno sociale drammatico &#8211; che si tratti di baby gang, reati giovanili o microcriminalità nelle stazioni &#8211; la risposta delle istituzioni è immediata e fallimentare. Creare un nuovo reato, alzare le pene o, per non farsi mancare nulla, proporre di abbassare l&#8217;età dell&#8217;imputabilità per sbattere i minorenni in galera. E il cosiddetto &#8220;populismo penale&#8221;, una tentazione che contagia governi di ogni colore politico. L&#8217;idea consolatoria, ma profondamente falsa, che per risolvere un problema basti scrivere un divieto più severo su un pezzo di carta gommata chiamato decreto-legge. Guardiamo i fatti con spirito liberale, lasciando da parte la pancia.<br />
Un approccio autenticamente liberale alla sicurezza si fonda su due pilastri: l&#8217;effettività della pena e la prevenzione attraverso la presenza dello Stato. Aumentare sulla carta la pena da tre a cinque anni per un reato commesso da un sedicenne non ha mai dissuaso un singolo criminale. Ciò che davvero dissuade dalla commissione di un reato non è la severità astratta del codice penale, ma la certezza della sanzione e la rapidita del processo. Se le forze dell&#8217;ordine sono sotto organico, se la giustizia minorile impiega anni per arrivare a una decisione e se le strutture di recupero o i riformatori non funzionano, aumentare le edicole penali serve soltanto a dare una rassicurazione d&#8217;accatto all&#8217;opinione pubblica, senza risolvere un solo problema sul territorio. Abbassare la soglia dell&#8217;imputabilità per i minori è poi una scorciatoia pericolosa. Significa certificare la bancarotta educativa e sociale dello Stato e delle famiglie. Gettare un quattordicenne in un circuito carcerario già fatiscente e sovraffollato non significa fargli pagare il conto con la giustizia per rieducarlo &#8211; come imporrebbe l&#8217;articolo 27 della nostra Costituzione -, ma significa diplomarlo nella scuola della criminalità organizzata, restituendo alla società, dopo qualche anno, un individuo immensamente più pericoloso di prima. La sicurezza è un diritto fondamentale del cittadino, e uno Stato liberale ha il dovere di garantirla con fermezza. Ma la fermezza non si misura dal rumore delle manette sventolate in televisione. Si misura dal numero di agenti presenti nei quartieri a rischio, dall&#8217;efficienza dei tribunali, dalla capacità di applicare le pene esistenti senza svuota-carceri né amnistie striscianti, e da un sistema scolastico e sociale capace di intercettare il disagio prima che diventi verbale di polizia. Anziché moltiplicare i reati per guadagnare un titolo di giornale, la politica dovrebbe fare l&#8217;unica cosa utile e faticosa: far funzionare la macchina della giustizia. Il resto è propaganda a buon mercato, e a pagare il prezzo, come al solito, sono la sicurezza reale dei cittadini e le casse dello Stato.</p>
<p>Matteo Grossi</p>
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		<item>
		<title>QUANTO MI COSTA?</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/quanto-mi-costa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 07:34:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Promettere molto e spiegare poco è un&#8217;abitudine tutta italiana che attraversa governi, opposizioni e campagne elettorali. Si spiega cosa si vuole fare, ma mai dove si troveranno le risorse per farlo. È una distorsione che impoverisce la democrazia, poiché trasforma il confronto politico in una gara di desideri anziché di responsabilità &#8211; Immaginiamo un condominio.&#8230;&#160;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Promettere molto e spiegare poco è un&#8217;abitudine tutta italiana che attraversa governi, opposizioni e campagne elettorali. Si spiega cosa si vuole fare, ma mai dove si troveranno le risorse per farlo. È una distorsione che impoverisce la democrazia, poiché trasforma il confronto politico in una gara di desideri anziché di responsabilità &#8211;</em><br />
Immaginiamo un condominio. L&#8217;amministratore convoca l&#8217;assemblea e propone un ascensore nuovo, il rifacimento della facciata, il cappotto termico e il giardino pensile. Alla domanda più semplice — &#8220;quanto ci costa e chi paga?&#8221; — risponde che lo si vedrà dopo. Nessun condomino affiderebbe con serenità il proprio patrimonio a un amministratore simile. Eppure è esattamente ciò che accade quando si vota. Nelle ultime campagne elettorali abbiamo assistito a programmi che promettevano interventi per decine e decine di miliardi di euro ogni anno, in alcuni casi oltre i 140 miliardi, senza una quantificazione credibile delle coperture finanziarie. Dopo il voto arriva puntualmente il momento della verità: il governo scopre che le risorse non bastano, che i vincoli di bilancio esistono e che molte promesse devono essere ridimensionate o rinviate. Ma il problema non nasce dopo le elezioni. Nasce prima, quando si promette ciò che non si è nemmeno provato a finanziare.<br />
La politica ama accusare la realtà di essere ostile ai propri progetti. In realtà, la realtà è semplicemente indifferente agli slogan. I conti pubblici non si modificano con gli applausi di una piazza o con il successo di un post sui social. Esiste una differenza sostanziale fra una promessa e un programma di governo: la seconda dovrebbe contenere anche i mezzi necessari per realizzare i fini. Per questa ragione merita attenzione il Disegno di Legge S. 550 della XIX Legislatura, presentato dal professor Carlo Cottarelli e oggi rilanciato dalla Fondazione Luigi Einaudi. Il principio è tanto semplice quanto rivoluzionario per il dibattito politico italiano: se un partito propone una misura, deve indicarne il costo e spiegare da dove arriveranno le risorse per finanziarla, specificando anche l&#8217;eventuale ricorso al debito pubblico. Qualcuno obietterà che si tratta di un limite alla libertà della politica. È vero l&#8217;esatto contrario. Nessuno vieta di proporre meno tasse, più spesa sociale, maggiori investimenti o una riduzione del debito. Ogni forza politica deve poter sostenere la propria visione del Paese. Ma la libertà politica non può coincidere con la libertà di ignorare l&#8217;aritmetica.<br />
La trasparenza sulle coperture non impone una determinata politica economica. Non privilegia la destra o la sinistra, i liberali o gli statalisti. Costringe semplicemente tutti a uscire dalla dimensione della propaganda per entrare in quella della responsabilità. Se si vuole spendere di più, bisogna dire se si aumenteranno le imposte, se si ridurranno altre spese oppure se si farà nuovo debito. Se si vogliono ridurre le tasse, bisogna spiegare quali spese saranno tagliate o quale crescita economica renderà sostenibile quella scelta. È così che funziona in ogni organizzazione seria. Le imprese redigono budget, le famiglie fanno i conti con il proprio reddito, gli enti locali approvano bilanci. Soltanto nella politica italiana sembra ancora accettabile promettere senza presentare il conto. Il voto dovrebbe premiare non chi promette di più, ma chi convince di poter mantenere ciò che promette. Per questo conoscere il costo delle proposte e le relative fonti di finanziamento non è una questione tecnica riservata agli economisti. È una questione di rispetto verso gli elettori.<br />
La credibilità non limita la politica, semmai la rende autorevole. E un Paese che pretende programmi elettorali finanziariamente trasparenti non chiede meno democrazia. Ne chiede una migliore.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<item>
		<title>SE IL GOVERNO RESTA SOLTANTO PER RESTARE</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/se-il-governo-resta-soltanto-per-restare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 06:11:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In politica si può perdere consenso. Si possono perdere alleati. Si può persino perdere slancio. Ciò che un governo non può permettersi di perdere è la ragione stessa della propria esistenza. Perché il potere, nelle democrazie liberali, non è un fine: è uno strumento. E quando lo strumento non serve più a realizzare un progetto,&#8230;&#160;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In politica si può perdere consenso. Si possono perdere alleati. Si può persino perdere slancio. Ciò che un governo non può permettersi di perdere è la ragione stessa della propria esistenza. Perché il potere, nelle democrazie liberali, non è un fine: è uno strumento. E quando lo strumento non serve più a realizzare un progetto, resta soltanto l&#8217;occupazione delle poltrone. È questa la domanda che oggi dovrebbe interrogare la maggioranza guidata da Giorgia Meloni. Non quanto durerà, ma per fare cosa.<br />
Dopo il referendum fallito, si è chiusa una stagione che, a dire il vero, non era mai davvero cominciata. Per mesi gli italiani hanno sentito parlare di grandi riforme, svolte epocali, cambiamenti destinati a ridisegnare il rapporto fra cittadini e istituzioni. Poi, alla prova dei fatti, il bilancio è apparso assai più modesto delle promesse.<br />
La rivoluzione fiscale è rimasta confinata agli annunci. La semplificazione burocratica continua a essere un obiettivo proclamato e mai raggiunto. Sull&#8217;immigrazione si è passati dalla retorica della soluzione definitiva alla gestione ordinaria di un fenomeno complesso. Sulla sicurezza, come su molti altri dossier, la distanza fra propaganda e risultati continua a essere significativa.<br />
Non si tratta di sostenere che nulla sia stato fatto. Sarebbe una caricatura. Il punto è un altro: manca una direzione riconoscibile. Non emerge una visione capace di spiegare dove si voglia portare il Paese nei prossimi dieci anni. E senza una meta, anche il cammino più lungo finisce per trasformarsi in un vagabondaggio.<br />
Nel mentre la coalizione mostra crepe sempre più evidenti. La Lega vive una fase di difficoltà politica e identitaria. Forza Italia guarda con crescente interesse a un elettorato moderato che spesso fatica a riconoscersi nelle pulsioni più radicali del centrodestra. Le differenze strategiche, finora tenute sotto controllo dal peso elettorale di Meloni, stanno tornando a galla.<br />
È il destino di tutte le maggioranze che smarriscono il proprio obiettivo: ciò che era stato nascosto dall&#8217;entusiasmo iniziale viene riportato in superficie dall&#8217;assenza di risultati.<br />
Eppure il controsenso è proprio questo. Giorgia Meloni continua a godere di un consenso personale superiore a quello dei suoi alleati e dei suoi avversari. Avrebbe dunque avuto il capitale politico necessario per tentare riforme coraggiose. Ha scelto invece la strada della prudenza. Una scelta legittima, ma che presenta un costo inevitabile: il tempo. Il tempo logora chi governa molto più di chi si oppone. Ogni mese trascorso senza una forte iniziativa politica consuma consenso, alimenta delusioni e offre alle opposizioni l&#8217;occasione di riorganizzarsi. Non perché queste abbiano improvvisamente trovato una visione migliore, ma perché la stanchezza dell&#8217;elettorato crea sempre nuove opportunità. In questo scenario, il vero obiettivo della maggioranza sembra ridursi a uno soltanto: arrivare a settembre e conquistare il primato di governo più longevo della storia repubblicana.<br />
Un record può soddisfare gli storici. Difficilmente convince gli elettori. La durata di un esecutivo è un dato statistico. La sua utilità è un giudizio politico. Confondere le due cose significa scambiare il mezzo con il fine.<br />
L&#8217;Italia non ha bisogno di governi che restano in piedi più a lungo degli altri. Ha bisogno di governi che utilizzano il tempo ricevuto dagli elettori per cambiare ciò che non funziona. Se la missione si esaurisce nella conservazione del potere, allora la longevità non diventa un merito: rischia di trasformarsi in una prova dell&#8217;immobilismo.<br />
Per questo la questione non è se il governo Meloni cadrà domani o durerà fino alla fine della legislatura.<br />
Ma, se resta soltanto per restare, qual è la sua utilità?</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<item>
		<title>LA SINDROME DI AMAZON</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/la-sindrome-di-amazon/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 13:40:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come la velocità ha trasformato l&#8217;attesa in un problema &#8211; C&#8217;è una nuova impazienza che caratterizza il nostro tempo. Potremmo chiamarla &#8220;sindrome di Amazon&#8221;. Non è una malattia, naturalmente, ma un&#8217;abitudine mentale che si è insinuata nella vita quotidiana: l&#8217;incapacità di aspettare. Si acquista un paio di scarpe online. Il sito comunica che la consegna&#8230;&#160;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Come la velocità ha trasformato l&#8217;attesa in un problema &#8211;</em></p>
<p>C&#8217;è una nuova impazienza che caratterizza il nostro tempo. Potremmo chiamarla &#8220;sindrome di Amazon&#8221;. Non è una malattia, naturalmente, ma un&#8217;abitudine mentale che si è insinuata nella vita quotidiana: l&#8217;incapacità di aspettare.<br />
Si acquista un paio di scarpe online. Il sito comunica che la consegna arriverà domani. Informazione chiara, precisa, rassicurante. Tuttavia, basta sentire un rumore provenire dalla strada, il motore di un furgone che rallenta, il campanello del vicino, e subito si alza lo sguardo. Sarà il corriere? Sarà arrivato in anticipo? Lo sappiamo che il pacco non è previsto per oggi, ma non riusciamo a sottrarci all&#8217;attesa dell&#8217;immediato.<br />
Il punto non è Amazon. Amazon è semplicemente il simbolo più evidente di una rivoluzione più ampia. Abbiamo costruito un mondo in cui tutto deve essere disponibile subito. Un clic e l&#8217;ordine è fatto. Un altro clic e si segue il percorso del pacco. Un&#8217;applicazione informa in tempo reale sulla posizione del corriere. L&#8217;attesa, un tempo parte naturale di qualsiasi acquisto, è diventata un fastidio da eliminare.<br />
Eppure &#8211; non molti anni fa &#8211;  le cose funzionavano diversamente. Si decideva di comprare un paio di scarpe e si usciva di casa. Si raggiungeva il negozio, si cercava il modello desiderato, si verificava che ci fosse il numero giusto, si provavano le scarpe, si passava alla cassa e si tornava a casa. Nessuno considerava quel tempo una perdita. Era semplicemente il tempo necessario.<br />
Prima si sapeva aspettare perché non si conosceva la velocità. Non esisteva il confronto con un sistema capace di soddisfare ogni desiderio quasi istantaneamente. Oggi, invece, ciò che arriva domani sembra già in ritardo. E ciò che arriva tra una settimana appare intollerabilmente lontano.<br />
Abbiamo guadagnato comodità, e sarebbe sciocco negarlo. Sicché, acquistare dal divano è spesso più semplice ed economico, il progresso serve esattamente a questo: a ridurre tempi e complicazioni. Ma ogni conquista porta con sé qualche conseguenza inattesa.<br />
La conseguenza più evidente è che l&#8217;attesa non è più considerata una componente normale della vita. È diventata un&#8217;anomalia. Ci infastidisce aspettare una risposta, una consegna, una pratica amministrativa, perfino una conversazione. Tutto deve avvenire subito, perché tutto ormai sembra poter avvenire subito.<br />
La sindrome di Amazon non riguarda i pacchi. Riguarda noi. Riguarda una società che ha trasformato la velocità da opportunità a pretesa. E quando la velocità diventa una pretesa, qualsiasi ritardo, anche minimo, viene vissuto come un torto.<br />
Non siamo mai stati serviti così rapidamente e, nello stesso tempo, non siamo mai stati così impazienti. Più il mondo corre, meno siamo disposti ad aspettare. E così finiamo per controllare dalla finestra se il corriere sia arrivato, anche quando sappiamo perfettamente che arriverà domani.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<title>NUCLEARE SI&#8217;, MA LONTANO DA CASA</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/nucleare-si-ma-lontano-da-casa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 07:06:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se c’è una lezione che la vicenda del nucleare insegna da decenni è che in Italia si è spesso preferito decidere sull’onda delle paure anziché sulla base dei fatti &#8211; Nel 1987 e nel 2011 due referendum chiusero la porta all’energia atomica. Oggi, però, il quadro appare diverso: secondo il sondaggio Demopolis, il 51% degli&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Se c’è una lezione che la vicenda del nucleare insegna da decenni è che in Italia si è spesso preferito decidere sull’onda delle paure anziché sulla base dei fatti &#8211;</em><br />
Nel 1987 e nel 2011 due referendum chiusero la porta all’energia atomica. Oggi, però, il quadro appare diverso: secondo il sondaggio Demopolis, il 51% degli italiani si dice favorevole a un ritorno del nucleare di nuova generazione. Non è una maggioranza schiacciante, ma è comunque un segnale che merita attenzione.<br />
Le ragioni dei favorevoli sono comprensibili e difficilmente liquidabili come propaganda. In un Paese che importa gran parte dell’energia che consuma, la riduzione della dipendenza dall’estero rappresenta un obiettivo strategico. C’è poi il tema dei costi, perché l’energia non è una questione ideologica ma una componente decisiva della competitività delle imprese e del bilancio delle famiglie. E c’è infine chi ritiene che le tecnologie nucleari più avanzate offrano standard di sicurezza molto superiori a quelli del passato. Anche le obiezioni dei contrari meritano rispetto, certamente. La sicurezza degli impianti, la gestione delle scorie e i tempi di realizzazione sono questioni reali tuttavia il dibattito italiano soffre di un vizio ricorrente: si confronta il nucleare reale con un modello ideale di rinnovabili che, nella pratica, incontra ostacoli enormi.<br />
Molti sostengono che bisognerebbe investire esclusivamente nelle energie rinnovabili. Benissimo. Ma sarebbe utile aggiungere un elemento di realismo. I pannelli solari non si installano nel vuoto. Richiedono superfici importanti e, ogni volta che si propone un grande impianto fotovoltaico, si scopre che quasi nessuno è disposto a cedere i propri terreni agricoli o a vedere trasformato il paesaggio che ha davanti casa. Accade con il solare, accade con l’eolico, accade con qualsiasi infrastruttura energetica. Si invocano le rinnovabili in astratto e le si ostacola in concreto. Del resto viviamo in un Paese nel quale, da decenni, gli ambientalisti hanno quasi sempre vinto. Hanno vinto contro il nucleare, contro numerose infrastrutture energetiche, contro impianti industriali e opere considerate strategiche. E non si tratta soltanto delle centrali atomiche. Come abbiamo visto negli ultimi anni, anche molti impianti da fonti rinnovabili finiscono bloccati da vincoli, ricorsi e opposizioni territoriali. Spesso sono gli stessi Comuni, le Province e le Regioni a fermare la realizzazione di parchi fotovoltaici ed eolici per interessi locali. Il risultato è che l&#8217;Italia continua a dipendere dall&#8217;energia prodotta altrove.<br />
Si predica la transizione energetica, salvo poi ostacolare sul territorio quasi tutte le infrastrutture necessarie per realizzarla. La vera contraddizione emerge nell’ultima risposta del sondaggio. Il nucleare piace, ma purché la centrale venga costruita da un’altra parte. Quando l’impianto viene immaginato nella propria provincia, il no sale al 58%. Detto in soldoni: l’energia serve, ma non vicino a casa mia. Se si ritiene che il nucleare sia utile alla sicurezza energetica e alla competitività del Paese, bisogna avere il coraggio di assumersene anche gli oneri. Se invece lo si considera sbagliato, lo si dica apertamente. Quello che non è più sostenibile è continuare a pretendere energia abbondante, economica e pulita, rifiutando contemporaneamente ogni infrastruttura necessaria per produrla.<br />
Urge scegliere se l’Italia vuole finalmente affrontare la questione energetica con pragmatismo oppure continuare a coltivare l’illusione che basti dire &#8220;rinnovabili&#8221; per risolvere problemi che richiedono investimenti, territorio, infrastrutture e, soprattutto, decisioni. Decisioni che qualcuno dovrà avere il coraggio di prendere, anche quando non saranno popolari nel cortile di casa.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<title>DA UN PARTITO ALL&#8217;ALTRO, PER CONVENIENZA</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/da-un-partito-allaltro-per-convenienza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 22:17:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Agostino Depretis era un dilettante. Potrebbe andare a lezione presso una massa di pronipoti. Il padre della stagione trasformista costruiva le ragioni che portavano parlamentari vaganti a recargli il sostegno del proprio voto, costruiva motivazioni, nobilitava gli scopi. I trasformisti odierni sono una massa autogenerata, dichiaratamente intenta a cercare uno spazio per sé. A darsi&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Agostino Depretis era un dilettante. Potrebbe andare a lezione presso una massa di pronipoti. Il padre della stagione trasformista costruiva le ragioni che portavano parlamentari vaganti a recargli il sostegno del proprio voto, costruiva motivazioni, nobilitava gli scopi. I trasformisti odierni sono una massa autogenerata, dichiaratamente intenta a cercare uno spazio per sé. A darsi un peso più che una politica.<br />
L&#8217;ingresso di nuovi deputati in Futuro Nazionale ha riportato l&#8217;attenzione su un fenomeno che da anni caratterizza il Parlamento italiano: il cambio di casacca come pratica ordinaria della vita politica. Non si tratta di discutere la legittimità costituzionale del fenomeno. L&#8217;articolo 67 della Costituzione esclude il vincolo di mandato e tutela la libertà del parlamentare. Il punto è un altro: la distanza che separa quella libertà dalla sua degenerazione.<br />
Dal 1948 al 1992, nell&#8217;arco di oltre quarant&#8217;anni di Repubblica, i parlamentari che cambiarono partito mentre erano in carica furono appena undici. Undici. Non undici all&#8217;anno, non undici per legislatura: undici in oltre quattro decenni. Non perché allora mancassero ambizioni personali. La politica è fatta di uomini e gli uomini non cambiano natura. Ma esisteva un costo. Chi abbandonava il partito con cui era stato eletto metteva in conto il disvalore del disonore. Era considerato un traditore dagli ex compagni, un opportunista dagli avversari, un soggetto poco affidabile dagli elettori. La reputazione aveva un peso politico.<br />
Nei partiti del Novecento persino il semplice cambio di corrente veniva osservato con sospetto. Poteva essere il segno di una maturazione politica, ma più spesso veniva interpretato come un esercizio di carrierismo. Con la fine della Prima Repubblica è evaporato il costo del trasformismo. Anzi, il cambio di partito è diventato una risorsa da spendere sul mercato parlamentare. Le cifre delle ultime legislature mostrano una progressione impressionante. Nella sedicesima legislatura i cambi di gruppo furono 261. Nella diciassettesima salirono a 564. Nella diciottesima si fermarono a 465. In quella attuale sono ancora molto meno numerosi, ma il fenomeno è tornato a crescere.<br />
Il dato più eloquente non è però il numero complessivo dei cambi. È che si è arrivati al punto in cui i cambi di casacca sono stati più numerosi dei parlamentari coinvolti. Nella diciassettesima legislatura si registrarono 564 cambi per 343 parlamentari interessati. Significa che molti non si limitarono a traslocare una volta. Alcuni fecero del passaggio da un gruppo all&#8217;altro una vera professione. Nella legislatura successiva i cambi furono 465 e i parlamentari coinvolti 306. Anche in quel caso, più cambi che protagonisti. Il parlamentare non cambia partito perché è cambiata la sua idea del Paese. Cambia collocazione perché è cambiata la sua convenienza.<br />
Depretis almeno elaborava una teoria politica del trasformismo. Discutibile, ma esistente. I suoi eredi contemporanei spesso non sentono nemmeno il bisogno di costruirne una. Passano da una sigla all&#8217;altra con la stessa naturalezza con cui si cambia posto a tavola. La libertà del mandato parlamentare è una conquista democratica e va difesa. Ma una democrazia liberale vive anche di responsabilità verso gli elettori. Se la libertà si trasforma nell&#8217;assenza di qualsiasi vincolo morale e politico, allora il Parlamento smette di essere il luogo della rappresentanza e diventa il mercato della rappresentazione.<br />
È questa la differenza fra ieri e oggi. Un tempo il trasformista cercava almeno di giustificarsi. Oggi concorre al premio per il miglior giocoliere.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<title>PRONTO E&#8217; SOLO IL SOCCORSO</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/pronto-e-solo-il-soccorso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 00:04:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si può usarlo come sostituzione della medicina &#8211; Il Pronto soccorso non è un ambulatorio aperto 24 ore su 24 per qualsiasi malanno né un parcheggio sociale dove scaricare le inefficienze della medicina territoriale. E il luogo in cui si salvano vite. E questo dovrebbe bastare a capire perché il sistema sia ormai arrivato&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Non si può usarlo come sostituzione della medicina &#8211;</em></p>
<p>Il Pronto soccorso non è un ambulatorio aperto 24 ore su 24 per qualsiasi malanno né un parcheggio sociale dove scaricare le inefficienze della medicina territoriale. E il luogo in cui si salvano vite. E questo dovrebbe bastare a capire perché il sistema sia ormai arrivato al limite. Il decalogo proposto dai medici dell&#8217;emergenza, pubblicato sull&#8217; Emergency Care Journal&#8221; non è una lamentazione corporativa ma la descrizione realistica di un servizio pubblico che continua a reggere soltanto grazie all&#8217;abnegazione di chi vi lavora: basta codici bianchi, un triage unico nazionale, stop alle attese infinite dei pazienti ricoverati nei corridoi, meno esami inutili.<br />
Quando metà degli accessi riguarda casi non urgenti, il problema non è il Pronto soccorso ma tutto ciò che manca prima. In Italia si è consolidata un&#8217;idea pericolosa, quella che il Pronto soccorso debba risolvere qualsiasi cosa, sempre e subito: una febbre, un disturbo presente da giorni, un esame che il territorio non riesce a garantire, una visita che richiederebbe mesi. Ma se tutto diventa emergenza, l&#8217;emergenza smette di esistere. E infatti oggi medici e infermieri passano più tempo a gestire sovraffollamento e attese che a fare ciò per cui quel sistema è nato, ovvero diagnosticare rapidamente le patologie gravi e intervenire quando il tempo decide a favore della vita o della morte.<br />
La verità è che il problema non si risolve aggiungendo barelle nei corridoi, semmai si risolve rimettendo ordine nelle priorità. Servono una rete territoriale che funzioni veramente, strutture intermedie, medici messi nelle condizioni di lavorare. E serve anche il coraggio politico di dire ai cittadini una cosa semplice ma impopolare: il Pronto soccorso non è un diritto da usare a piacimento ma una risorsa collettiva da utilizzare con responsabilità.<br />
Occorre inoltre chiedere regole nazionali uniformi. E&#8217; difficile spiegare perché un paziente debba essere classificato in modo diverso a seconda della regione in cui si trova o addirittura dell&#8217;ospedale in cui entra. In uno Stato serio, i criteri clinici dovrebbero essere uguali ovunque.<br />
C&#8217;è poi la questione del personale. Se una disciplina fondamentale diventa una delle meno attrattive, vuol dire che il sistema ha fallito. Non è bastevole invocare vocazione e sacrificio all&#8217;infinito. Chi lavora nell&#8217;emergenza fa un mestiere usurante, sotto pressione continua, con responsabilità enormi e turni massacranti. Pensare che tutto questo possa reggersi soltanto sul senso del dovere è un&#8217;illusione. Anche il tema della medicina difensiva non può più essere rimosso. Quando un medico prescrive esami inutili soltanto per paura di conseguenze giudiziarie, il risultato è un sistema più lento, più costoso e spesso peggiore per i pazienti stessi. Il principio della responsabilità personale nei casi di grave negligenza o di colpa grave va mantenuto, ma il terrore permanente dell&#8217;azione penale non migliora la qualità della medicina.<br />
Infine c&#8217;è un punto decisivo: smettere di considerare il Pronto soccorso come un comparto separato dal resto della sanità. Se si blocca l&#8217;uscita verso i reparti, se il territorio non funziona e se manca personale, il Pronto soccorso collassa. È un termometro dell&#8217;intero sistema sanitario. Il punto è che in Italia continua ancora a salvare vite non grazie alla politica oppure all&#8217;organizzazione, ma soltanto perché è tenuto in piedi da professionisti che lavorano oltre il limite della sostenibilità. E uno Stato serio dovrebbe vergognarsi di affidare un servizio essenziale all&#8217;eroismo quotidiano dei suoi dipendenti.<br />
Eppure accade questo: siamo bravissimi nelle emergenze vere e pessimi nel proteggere chi quelle emergenze le affronta ogni giorno. Per questo il Pronto soccorso andrebbe difeso prima ancora di essere applaudito.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong><br />
<em>Scritto per La Ragione</em></p>
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