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	<description>Candidato con Letizia Moratti</description>
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		<title>LIBERTA&#8217; E IL METODO DELLA RESPONSABILITA&#8217;</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/liberta-e-il-metodo-della-responsabilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 13:37:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La notizia della scomparsa di Emma Bonino ci obbliga a fare i conti con un pezzo fondamentale della storia repubblicana. Non perché si debba indulgere nella retorica funebre, che lei per prima avrebbe detestato, ma perché la sua biografia si confonde con la modernità civile di questo Paese. Nata in una provincia cuneese che oggi&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La notizia della scomparsa di Emma Bonino ci obbliga a fare i conti con un pezzo fondamentale della storia repubblicana. Non perché si debba indulgere nella retorica funebre, che lei per prima avrebbe detestato, ma perché la sua biografia si confonde con la modernità civile di questo Paese. Nata in una provincia cuneese che oggi ci appare lontanissima nel tempo, Bonino ha attraversato un’Italia in cui i diritti civili basilari – dal divorzio all’interruzione di gravidanza, passando per il riconoscimento della dignità della persona – semplicemente non esistevano.<br />
Chi guarda alla politica con gli occhi del liberalismo sa bene che la libertà non è un dono concesso dall’alto, né un’opinione da sventolare nei comizi: è una conquista faticosa, fatta di scelte individuali, assunzione di rischio e, soprattutto, di responsabilità personale.<br />
Il contributo di Emma Bonino alla causa liberale risiede tutto nell’aver compreso che la democrazia liberale si nutre anche di disobbedienza civile. Quando nel 1975 decise di autodenunciarsi dopo aver aiutato le donne ad accedere a pratiche che la legge ipocritamente condannava alla clandestinità, non stava compiendo un atto di ribellione scomposta. Stava applicando il metodo radicale: forzare le istituzioni attraverso la legalità costituzionale e l’esposizione in prima persona.<br />
Le leggi che negano l&#8217;autodeterminazione producono solo ipocrisia e sofferenza, scaricando i costi umani sui più deboli. Bonino ha smascherato quel sistema non con i proclami ideologici, ma mettendo il proprio corpo e la propria libertà personale sul banco degli imputati. Questo è il liberalismo dei fatti: il coraggio di sfidare l&#8217;ordine costituito per ampliarne i confini, accettando il carcere come parte del conto da pagare.<br />
Ridurre la parabola politica di Emma Bonino ai soli confini italiani sarebbe un errore grossolano. Dalle aule del Parlamento europeo ai teatri delle crisi umanitarie nei Balcani e in Africa, fino alla battaglia per la Corte penale internazionale, la sua azione è stata mossa da una chiara bussola liberale: i diritti non hanno confini e l&#8217;indifferenza è la prima alleata della barbarie.<br />
Da commissaria europea prima e da ministra degli Esteri poi, ha dimostrato che la politica estera non è un esercizio notarile, ma una responsabilità morale. Che si trattasse di gestire la sicurezza alimentare, di battersi contro le mutilazioni genitali femminili o di denunciare le derive autoritarie, l&#8217;approccio è sempre rimasto lo stesso: pragmatismo istituzionale unito a una visione intransigente della dignità umana.<br />
Oggi che l&#8217;Italia salta il fosso della memoria e saluta una delle sue protagoniste più irriverenti e lucide, ci resta un ammonimento che vale più di mille epitaffi. Ce lo ha ricordato la stessa Bonino nei suoi ultimi anni, invitandoci a non dare mai nulla per acquisito: i diritti non sono scolpiti nella pietra. Si conquistano con la fatica e si perdono per distrazione.<br />
Difendere lo spazio della libertà individuale, la laicità delle istituzioni e il primato della responsabilità personale rimane il compito più difficile. Emma Bonino lo ha fatto per settantotto anni, ricordandoci che la politica, quando è alta, serve a rendere gli individui un po&#8217; più liberi e un po&#8217; meno sudditi.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<title>SINTOMO SASSONIA</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/sintomo-sassonia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 07:36:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle democrazie quando la gente vota ha sempre ragione nel farlo. Le urne registrano gli umori, non li inventano. Ma attenzione a come si leggono i risultati. Prendete la Sassonia: con tutto il suo territorio fa quattro milioni di abitanti, poco più della metà della sola città di Berlino. È un pezzo piccolo della Germania,&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle democrazie quando la gente vota ha sempre ragione nel farlo. Le urne registrano gli umori, non li inventano. Ma attenzione a come si leggono i risultati. Prendete la Sassonia: con tutto il suo territorio fa quattro milioni di abitanti, poco più della metà della sola città di Berlino. È un pezzo piccolo della Germania, d’accordo, ma la politica funziona come il corpo umano: se senti un dolorino una volta non ci badi, ma se quel dolore continua a farti male devi fermarti e capire che problema hai. Ignorarlo non fa sparire il male, lo peggiora. E questo dolore riguarda tutta l’Europa.<br />
In Italia assistiamo al cortocircuito di una maggioranza divisa: da una parte ci sono Matteo Salvini e Roberto Vannacci che festeggiano il successo della destra radicale di Alternative für Deutschland, dall&#8217;altra c&#8217;è il ministro degli Esteri Antonio Tajani che giudica giustamente l&#8217;episodio come un segnale negativo. Stare nello stesso governo e viaggiare su binari opposti in politica estera è la cifra di un&#8217;ambiguità che non paga. La destra radicale tedesca e la sinistra populista condividono lo stesso asse di opposizione agli aiuti all&#8217;Ucraina, finendo nei fatti per strizzare l&#8217;occhio a Vladimir Putin. Descriverlo come un semplice ossimoro rischia addirittura di essere riduttivo: siamo di fronte a una contraddizione genetica permanente che tiene in ostaggio la credibilità internazionale del Paese.<br />
Il liberalismo europeo deve svegliarsi dal torpore e piantarla con le chiacchiere ideologiche, poiché quando la buona politica abdica al pragmatismo e si addormenta tra i burocrati, il demagogo arriva puntuale a presentare il conto. E il conto è nero su bianco, stampata nel programma di AfD. Perché quando leggi il programma trovi scritto che i bambini tedeschi devono stare in classi di soli tedeschi, mentre gli stranieri e i disabili vanno messi da un’altra parte, in classi separate: un metodo che punta con decisione a scardinare il modello dell&#8217;istruzione inclusiva. Guardate che questo non è un dettaglio, è un&#8217;idea di mondo.<br />
E se di fronte a questa roba non vi viene l&#8217;orrore, allora il problema ce l’avete voi.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<title>CIAK, SI SPENDE</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/ciak-si-spende/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 11:09:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il cinema secondo lo Stato &#8211;  La riforma del cinema ha già ottenuto un risultato straordinario: ha messo d&#8217;accordo tutti. I partiti hanno unito le proprie proposte e approvato il testo all&#8217;unanimità in Commissione. Quando in Parlamento non vola neppure uno straccio, però, il cittadino farebbe bene a controllare il portafoglio. Spesso l&#8217;accordo generale nasce&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il cinema secondo lo Stato &#8211; </em></p>
<p>La riforma del cinema ha già ottenuto un risultato straordinario: ha messo d&#8217;accordo tutti. I partiti hanno unito le proprie proposte e approvato il testo all&#8217;unanimità in Commissione. Quando in Parlamento non vola neppure uno straccio, però, il cittadino farebbe bene a controllare il portafoglio. Spesso l&#8217;accordo generale nasce dalla soddisfazione di interessi particolari.<br />
Il cinema italiano ha problemi reali. Le sale chiudono, molti lavoratori vivono nell&#8217;incertezza, le produzioni indipendenti faticano a trovare capitali e il sistema degli incentivi ha prodotto polemiche, opacità e risultati non sempre memorabili. Riformare è quindi necessario. Il punto è capire se si stia riformando il settore o semplicemente moltiplicando gli organismi incaricati di amministrarlo.<br />
La risposta contenuta nel testo sembra essere quella più familiare alla politica italiana: se qualcosa non funziona, si istituisce un ente.<br />
Arriveranno un Forum del cinema e dell&#8217;audiovisivo, composto da sedici esperti, una nuova Agenzia per il cinema e l&#8217;audiovisivo e, al suo interno, una Commissione di valutazione formata da altri venti esperti. Questi ultimi riceveranno 35 mila euro lordi l&#8217;anno, oltre al rimborso delle spese. Sono 700 mila euro annui di compensi, prima ancora di accendere una cinepresa, comprare un biglietto o riaprire una sala.<br />
E’ un metodo che si ripete su scala più larga con la delega che il Parlamento si appresta a consegnare al governo: entro due anni l&#8217;esecutivo dovrà scrivere da solo, con decreti legislativi, le regole vere del settore, dai controlli sugli incentivi al piano per le sale. Il Parlamento approva i princìpi, il governo scriverà i numeri. Che è un modo elegante per dire che oggi si vota qualcosa di cui non si conosce ancora il contenuto, e che l&#8217;unanimità di luglio riguarda un impianto, non una spesa.<br />
Ed è proprio sulla spesa che casca l&#8217;asino. Il Servizio Bilancio della Camera, che di mestiere fa le pulci ai conti, ha scritto nero su bianco che manca la relazione tecnica e che buona parte della riforma naviga senza quantificazione: i contributi alle sale, il sostegno al credito, e soprattutto la nuova indennità di discontinuità per i lavoratori dello spettacolo. Di quest&#8217;ultima si conoscono i requisiti, 51 giornate contributive e un assegno pari all&#8217;80 per cento della retribuzione media, ma non l&#8217;ammontare complessivo che costerà allo Stato. Si è cioè scritto il diritto prima di aver trovato la copertura. Non è la prima volta che accade in Italia, ma resta un modo pericoloso di legiferare, perché a pagare il conto, quando arriverà, sarà il contribuente, non i venti esperti sorteggiati in Commissione.<br />
C&#8217;è poi la variabile del tempo, che in politica è spesso la più sincera. La legislatura è agli sgoccioli, si vota forse già nella primavera del 2027, e la riforma, se sopravviverà al Senato, dovrà essere attuata da chi verrà dopo. Approvare oggi, pagare e attuare domani, magari con un&#8217;altra maggioranza: è la formula perfetta per intestarsi un merito senza doverne rispondere. Il cinema italiano aveva bisogno di regole più chiare e di meno discrezionalità. Rischia di ritrovarsi con più uffici, più nomine e la stessa vecchia abitudine di rinviare al decreto successivo la domanda più scomoda: chi paga, e quanto.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<title>IL PD DELLE PORTE GIREVOLI</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/il-pd-delle-porte-girevoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 10:46:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si esce sbattendo la porta, si rientra bussando piano: la formula per restare centrali senza mai davvero andarsene – Da tempo la solita storia. Un dirigente lascia il Partito Democratico accusandolo di aver smarrito la propria identità. Affitta una sala d&#8217;hotel, spesso elegante, e lancia un nuovo soggetto politico tra applausi e migliaia di adesioni&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr"><em>Si esce sbattendo la porta, si rientra bussando piano: la formula per restare centrali senza mai davvero andarsene –</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr">Da tempo la solita storia. Un dirigente lascia il Partito Democratico accusandolo di aver smarrito la propria identità. Affitta una sala d&#8217;hotel, spesso elegante, e lancia un nuovo soggetto politico tra applausi e migliaia di adesioni in poche ore. Promette uno spazio &#8220;altro&#8221;, oltre gli schemi, capace finalmente di parlare al centro. E poi, con il passare dei mesi, quello spazio comincia lentamente a ridisegnarsi non come alternativa al centrosinistra, ma come sua costola indispensabile, il pezzo mancante senza il quale la coalizione non può vincere.<br />
Non è un&#8217;invenzione recente. Non è un caso isolato. Non è nemmeno, a ben vedere, una novità.<br />
Pina Picierno ne è l&#8217;ultimo esempio. Lasciato il PD a giugno con l&#8217;accusa alla segreteria di Elly Schlein di non essere più &#8220;inclusiva&#8221;, ha fondato Spazio Pubblico in una convention a Torino, raccogliendo settemilacinquecento adesioni in settantadue ore. Il progetto si presenta come riformista, europeista, capace di superare il bipolarismo forzoso. Ma l&#8217;obiettivo dichiarato, con il tempo, si è fatto più chiaro: ricostruire &#8220;il centrosinistra italiano&#8221;, quello delle origini, del Lingotto. Non un luogo nuovo, dunque. Una restaurazione con un altro nome.<br />
Matteo Renzi, con Italia Viva, questo copione lo recita da sette anni. Uscito dal PD nel 2019, ha attraversato governi, scissioni e liste elettorali deludenti sempre rivendicando la propria autonomia. Eppure oggi, mentre lancia la sua &#8220;Casa Riformista&#8221;, il messaggio è identico: il campo largo di Pd, M5S e Avs si fermerebbe al quaranta per cento, e senza il contributo riformista — cioè senza di lui — il centrosinistra non può governare. Fuori dalla fotografia, sempre pronto a rientrare nell&#8217;inquadratura.<br />
A chi si sente davvero di centro, però, non interessa ricostruire nulla di vecchio. Interessa costruire uno spazio in cui le idee liberali possano vivere per quello che sono, senza essere bollate come &#8220;di destra&#8221; dai conservatori o come &#8220;élite&#8221; dai populisti. Sono due ambizioni diverse, anche se si vestono con lo stesso linguaggio riformista.<br />
Il problema, in fondo, è di prospettiva. Chi nasce dentro il centrosinistra e se ne allontana continua a guardare la politica da lì: il centro, per lui, resta una stanza in più della stessa casa, non un edificio diverso. Cambiano gli arredi, cambia l&#8217;insegna sulla porta, ma l&#8217;indirizzo è sempre quello. Ed è per questo che, puntualmente, la nuova creatura finisce per essere valutata non per quello che propone, ma per quanti punti percentuali può regalare alla coalizione d&#8217;origine il giorno delle urne.<br />
E poi c&#8217;è la questione dei nomi, che a volte dice più dei programmi. Spazio Pubblico, come se gli altri fossero spazi privati. Partito Democratico, come se in Italia non potesse esistere un partito che non lo sia (e infatti nessuno l&#8217;ha mai davvero messo alla prova, il nome).<br />
C&#8217;è chi, come Anna Paola Concia, sostiene che questi movimenti intercettino una domanda politica reale, rimasta a lungo senza rappresentanza. Può darsi. Ma finché la porta resta girevole, quella domanda rischia di restare in eterno un&#8217;anticamera del centrosinistra, mai la sala principale.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr"><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<title>MERITO DI STATO</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/merito-di-stato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 09:14:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni bonifico pubblico diventa un post, ogni post diventa un comizio: benvenuti nella politica del &#8220;grazie a me&#8221; – Il giorno dopo un decreto che stanzia fondi ai cittadini, sui social compare sempre lo stesso genere di annuncio. Foto istituzionale, sorriso di circostanza, e la frase che fa da liturgia: &#8220;Grazie a me, i cittadini&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr"><em>Ogni bonifico pubblico diventa un post, ogni post diventa un comizio: benvenuti nella politica del &#8220;grazie a me&#8221; –</em></p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr">Il giorno dopo un decreto che stanzia fondi ai cittadini, sui social compare sempre lo stesso genere di annuncio. Foto istituzionale, sorriso di circostanza, e la frase che fa da liturgia: &#8220;Grazie a me, i cittadini riceveranno&#8230;&#8221;. Segue l&#8217;elenco delle cifre, l&#8217;hashtag del partito, e la firma di chi si intesta &#8211; da solo &#8211; un provvedimento nato da una filiera che coinvolge uffici tecnici, commissioni parlamentari, ragionerie dello Stato e, non ultimi, i soldi di chi quelle tasse le versa ogni mese.<br />
Non conta la filiera. Non conta chi ha scritto l&#8217;emendamento, chi lo ha finanziato in copertura, chi lo ha votato in aula. Conta il post.<br />
Il meccanismo è vecchio quanto la politica stessa: prendere una decisione collettiva, spesso frutto di mediazioni faticose tra maggioranza e minoranza, e trasformarla in un favore personale elargito dall&#8217;alto. Un po&#8217; come il benefattore di paese di certa commedia all&#8217;italiana, quello che regala la stufa alla vedova e si aspetta il voto in cambio (Alberto Sordi lo avrebbe reso immortale in tre battute). Solo che qui il regalo non è suo: sono soldi pubblici, prelevati da tutti e redistribuiti secondo criteri che un parlamentare o un assessore, da soli, non decidono mai.<br />
Il terreno, va detto, è fertile. Secondo l&#8217;ultimo Rapporto Censis sulla comunicazione, l&#8217;86,2% degli italiani usa i social network, e sette su dieci tra chi li frequenta si informa ormai attraverso i reel -contenuti brevi, veloci, pensati per essere consumati tra un video e l&#8217;altro senza verifica. In quello spazio compresso non c&#8217;è posto per la spiegazione di come funziona una copertura di bilancio. C&#8217;è posto solo per un soggetto, un verbo, un beneficio: io, ho fatto, per voi.<br />
Ed è qui che il trucco funziona meglio. Perché il messaggio implicito non è mai &#8220;questo provvedimento serve ai cittadini&#8221;. È: &#8220;senza di me questo provvedimento non ci sarebbe stato, quindi continuate a votarmi&#8221;. Il merito diventa credito, il credito diventa consenso, il consenso diventa la prossima campagna elettorale già finanziata dal contribuente che l&#8217;ha, involontariamente, resa possibile.<br />
Non è un fenomeno di una parte sola, e sarebbe comodo pensarlo. Lo fa il parlamentare che rivendica un bonus deciso in un tavolo a cui non era nemmeno seduto. Lo fa l&#8217;assessore regionale che intitola a sé un fondo europeo scritto da un ufficio tecnico due piani sotto il suo. Lo fa, talvolta, anche chi si professa lontano da questa logica e poi cade nella stessa tentazione appena arriva il momento di postare. La differenza tra un partito e l&#8217;altro, in questo, si misura in sfumature, non in principi.<br />
Einaudi diceva che conoscere per deliberare è la prima regola della democrazia. Vale anche al contrario: chi delibera dovrebbe lasciarsi conoscere per quello che ha davvero fatto, non per quello che riesce a raccontare in centottanta caratteri. Ma raccontare costa meno che governare, e rende di più in fretta (e questo, ai piani alti dei partiti, lo sanno benissimo).<br />
Alla fine il cittadino resta con due certezze soltanto. La prima è che quei soldi, in un modo o nell&#8217;altro, li ha già pagati lui. La seconda è che qualcuno, alla prossima campagna elettorale, gli chiederà di ringraziare.</p>
<p class="font-claude-response-body break-words whitespace-normal" dir="ltr"><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<title>IL MITO DELLA PENA FACILE</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/il-mito-della-pena-facile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 19:33:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è un tic nervoso che affligge la politica italiana da almeno trent&#8217;anni: ogni volta che la cronaca nera accende i riflettori su un fenomeno sociale drammatico &#8211; che si tratti di baby gang, reati giovanili o microcriminalità nelle stazioni &#8211; la risposta delle istituzioni è immediata e fallimentare. Creare un nuovo reato, alzare le pene&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un tic nervoso che affligge la politica italiana da almeno trent&#8217;anni: ogni volta che la cronaca nera accende i riflettori su un fenomeno sociale drammatico &#8211; che si tratti di baby gang, reati giovanili o microcriminalità nelle stazioni &#8211; la risposta delle istituzioni è immediata e fallimentare. Creare un nuovo reato, alzare le pene o, per non farsi mancare nulla, proporre di abbassare l&#8217;età dell&#8217;imputabilità per sbattere i minorenni in galera. E il cosiddetto &#8220;populismo penale&#8221;, una tentazione che contagia governi di ogni colore politico. L&#8217;idea consolatoria, ma profondamente falsa, che per risolvere un problema basti scrivere un divieto più severo su un pezzo di carta gommata chiamato decreto-legge. Guardiamo i fatti con spirito liberale, lasciando da parte la pancia.<br />
Un approccio autenticamente liberale alla sicurezza si fonda su due pilastri: l&#8217;effettività della pena e la prevenzione attraverso la presenza dello Stato. Aumentare sulla carta la pena da tre a cinque anni per un reato commesso da un sedicenne non ha mai dissuaso un singolo criminale. Ciò che davvero dissuade dalla commissione di un reato non è la severità astratta del codice penale, ma la certezza della sanzione e la rapidita del processo. Se le forze dell&#8217;ordine sono sotto organico, se la giustizia minorile impiega anni per arrivare a una decisione e se le strutture di recupero o i riformatori non funzionano, aumentare le edicole penali serve soltanto a dare una rassicurazione d&#8217;accatto all&#8217;opinione pubblica, senza risolvere un solo problema sul territorio. Abbassare la soglia dell&#8217;imputabilità per i minori è poi una scorciatoia pericolosa. Significa certificare la bancarotta educativa e sociale dello Stato e delle famiglie. Gettare un quattordicenne in un circuito carcerario già fatiscente e sovraffollato non significa fargli pagare il conto con la giustizia per rieducarlo &#8211; come imporrebbe l&#8217;articolo 27 della nostra Costituzione -, ma significa diplomarlo nella scuola della criminalità organizzata, restituendo alla società, dopo qualche anno, un individuo immensamente più pericoloso di prima. La sicurezza è un diritto fondamentale del cittadino, e uno Stato liberale ha il dovere di garantirla con fermezza. Ma la fermezza non si misura dal rumore delle manette sventolate in televisione. Si misura dal numero di agenti presenti nei quartieri a rischio, dall&#8217;efficienza dei tribunali, dalla capacità di applicare le pene esistenti senza svuota-carceri né amnistie striscianti, e da un sistema scolastico e sociale capace di intercettare il disagio prima che diventi verbale di polizia. Anziché moltiplicare i reati per guadagnare un titolo di giornale, la politica dovrebbe fare l&#8217;unica cosa utile e faticosa: far funzionare la macchina della giustizia. Il resto è propaganda a buon mercato, e a pagare il prezzo, come al solito, sono la sicurezza reale dei cittadini e le casse dello Stato.</p>
<p>Matteo Grossi</p>
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		<title>QUANTO MI COSTA?</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/quanto-mi-costa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 07:34:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Promettere molto e spiegare poco è un&#8217;abitudine tutta italiana che attraversa governi, opposizioni e campagne elettorali. Si spiega cosa si vuole fare, ma mai dove si troveranno le risorse per farlo. È una distorsione che impoverisce la democrazia, poiché trasforma il confronto politico in una gara di desideri anziché di responsabilità &#8211; Immaginiamo un condominio.&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Promettere molto e spiegare poco è un&#8217;abitudine tutta italiana che attraversa governi, opposizioni e campagne elettorali. Si spiega cosa si vuole fare, ma mai dove si troveranno le risorse per farlo. È una distorsione che impoverisce la democrazia, poiché trasforma il confronto politico in una gara di desideri anziché di responsabilità &#8211;</em><br />
Immaginiamo un condominio. L&#8217;amministratore convoca l&#8217;assemblea e propone un ascensore nuovo, il rifacimento della facciata, il cappotto termico e il giardino pensile. Alla domanda più semplice — &#8220;quanto ci costa e chi paga?&#8221; — risponde che lo si vedrà dopo. Nessun condomino affiderebbe con serenità il proprio patrimonio a un amministratore simile. Eppure è esattamente ciò che accade quando si vota. Nelle ultime campagne elettorali abbiamo assistito a programmi che promettevano interventi per decine e decine di miliardi di euro ogni anno, in alcuni casi oltre i 140 miliardi, senza una quantificazione credibile delle coperture finanziarie. Dopo il voto arriva puntualmente il momento della verità: il governo scopre che le risorse non bastano, che i vincoli di bilancio esistono e che molte promesse devono essere ridimensionate o rinviate. Ma il problema non nasce dopo le elezioni. Nasce prima, quando si promette ciò che non si è nemmeno provato a finanziare.<br />
La politica ama accusare la realtà di essere ostile ai propri progetti. In realtà, la realtà è semplicemente indifferente agli slogan. I conti pubblici non si modificano con gli applausi di una piazza o con il successo di un post sui social. Esiste una differenza sostanziale fra una promessa e un programma di governo: la seconda dovrebbe contenere anche i mezzi necessari per realizzare i fini. Per questa ragione merita attenzione il Disegno di Legge S. 550 della XIX Legislatura, presentato dal professor Carlo Cottarelli e oggi rilanciato dalla Fondazione Luigi Einaudi. Il principio è tanto semplice quanto rivoluzionario per il dibattito politico italiano: se un partito propone una misura, deve indicarne il costo e spiegare da dove arriveranno le risorse per finanziarla, specificando anche l&#8217;eventuale ricorso al debito pubblico. Qualcuno obietterà che si tratta di un limite alla libertà della politica. È vero l&#8217;esatto contrario. Nessuno vieta di proporre meno tasse, più spesa sociale, maggiori investimenti o una riduzione del debito. Ogni forza politica deve poter sostenere la propria visione del Paese. Ma la libertà politica non può coincidere con la libertà di ignorare l&#8217;aritmetica.<br />
La trasparenza sulle coperture non impone una determinata politica economica. Non privilegia la destra o la sinistra, i liberali o gli statalisti. Costringe semplicemente tutti a uscire dalla dimensione della propaganda per entrare in quella della responsabilità. Se si vuole spendere di più, bisogna dire se si aumenteranno le imposte, se si ridurranno altre spese oppure se si farà nuovo debito. Se si vogliono ridurre le tasse, bisogna spiegare quali spese saranno tagliate o quale crescita economica renderà sostenibile quella scelta. È così che funziona in ogni organizzazione seria. Le imprese redigono budget, le famiglie fanno i conti con il proprio reddito, gli enti locali approvano bilanci. Soltanto nella politica italiana sembra ancora accettabile promettere senza presentare il conto. Il voto dovrebbe premiare non chi promette di più, ma chi convince di poter mantenere ciò che promette. Per questo conoscere il costo delle proposte e le relative fonti di finanziamento non è una questione tecnica riservata agli economisti. È una questione di rispetto verso gli elettori.<br />
La credibilità non limita la politica, semmai la rende autorevole. E un Paese che pretende programmi elettorali finanziariamente trasparenti non chiede meno democrazia. Ne chiede una migliore.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<title>SE IL GOVERNO RESTA SOLTANTO PER RESTARE</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/se-il-governo-resta-soltanto-per-restare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 06:11:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In politica si può perdere consenso. Si possono perdere alleati. Si può persino perdere slancio. Ciò che un governo non può permettersi di perdere è la ragione stessa della propria esistenza. Perché il potere, nelle democrazie liberali, non è un fine: è uno strumento. E quando lo strumento non serve più a realizzare un progetto,&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In politica si può perdere consenso. Si possono perdere alleati. Si può persino perdere slancio. Ciò che un governo non può permettersi di perdere è la ragione stessa della propria esistenza. Perché il potere, nelle democrazie liberali, non è un fine: è uno strumento. E quando lo strumento non serve più a realizzare un progetto, resta soltanto l&#8217;occupazione delle poltrone. È questa la domanda che oggi dovrebbe interrogare la maggioranza guidata da Giorgia Meloni. Non quanto durerà, ma per fare cosa.<br />
Dopo il referendum fallito, si è chiusa una stagione che, a dire il vero, non era mai davvero cominciata. Per mesi gli italiani hanno sentito parlare di grandi riforme, svolte epocali, cambiamenti destinati a ridisegnare il rapporto fra cittadini e istituzioni. Poi, alla prova dei fatti, il bilancio è apparso assai più modesto delle promesse.<br />
La rivoluzione fiscale è rimasta confinata agli annunci. La semplificazione burocratica continua a essere un obiettivo proclamato e mai raggiunto. Sull&#8217;immigrazione si è passati dalla retorica della soluzione definitiva alla gestione ordinaria di un fenomeno complesso. Sulla sicurezza, come su molti altri dossier, la distanza fra propaganda e risultati continua a essere significativa.<br />
Non si tratta di sostenere che nulla sia stato fatto. Sarebbe una caricatura. Il punto è un altro: manca una direzione riconoscibile. Non emerge una visione capace di spiegare dove si voglia portare il Paese nei prossimi dieci anni. E senza una meta, anche il cammino più lungo finisce per trasformarsi in un vagabondaggio.<br />
Nel mentre la coalizione mostra crepe sempre più evidenti. La Lega vive una fase di difficoltà politica e identitaria. Forza Italia guarda con crescente interesse a un elettorato moderato che spesso fatica a riconoscersi nelle pulsioni più radicali del centrodestra. Le differenze strategiche, finora tenute sotto controllo dal peso elettorale di Meloni, stanno tornando a galla.<br />
È il destino di tutte le maggioranze che smarriscono il proprio obiettivo: ciò che era stato nascosto dall&#8217;entusiasmo iniziale viene riportato in superficie dall&#8217;assenza di risultati.<br />
Eppure il controsenso è proprio questo. Giorgia Meloni continua a godere di un consenso personale superiore a quello dei suoi alleati e dei suoi avversari. Avrebbe dunque avuto il capitale politico necessario per tentare riforme coraggiose. Ha scelto invece la strada della prudenza. Una scelta legittima, ma che presenta un costo inevitabile: il tempo. Il tempo logora chi governa molto più di chi si oppone. Ogni mese trascorso senza una forte iniziativa politica consuma consenso, alimenta delusioni e offre alle opposizioni l&#8217;occasione di riorganizzarsi. Non perché queste abbiano improvvisamente trovato una visione migliore, ma perché la stanchezza dell&#8217;elettorato crea sempre nuove opportunità. In questo scenario, il vero obiettivo della maggioranza sembra ridursi a uno soltanto: arrivare a settembre e conquistare il primato di governo più longevo della storia repubblicana.<br />
Un record può soddisfare gli storici. Difficilmente convince gli elettori. La durata di un esecutivo è un dato statistico. La sua utilità è un giudizio politico. Confondere le due cose significa scambiare il mezzo con il fine.<br />
L&#8217;Italia non ha bisogno di governi che restano in piedi più a lungo degli altri. Ha bisogno di governi che utilizzano il tempo ricevuto dagli elettori per cambiare ciò che non funziona. Se la missione si esaurisce nella conservazione del potere, allora la longevità non diventa un merito: rischia di trasformarsi in una prova dell&#8217;immobilismo.<br />
Per questo la questione non è se il governo Meloni cadrà domani o durerà fino alla fine della legislatura.<br />
Ma, se resta soltanto per restare, qual è la sua utilità?</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong></p>
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		<title>LA SINDROME DI AMAZON</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/la-sindrome-di-amazon/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 13:40:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come la velocità ha trasformato l&#8217;attesa in un problema &#8211; C&#8217;è una nuova impazienza che caratterizza il nostro tempo. Potremmo chiamarla &#8220;sindrome di Amazon&#8221;. Non è una malattia, naturalmente, ma un&#8217;abitudine mentale che si è insinuata nella vita quotidiana: l&#8217;incapacità di aspettare. Si acquista un paio di scarpe online. Il sito comunica che la consegna&#8230;&#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Come la velocità ha trasformato l&#8217;attesa in un problema &#8211;</em></p>
<p>C&#8217;è una nuova impazienza che caratterizza il nostro tempo. Potremmo chiamarla &#8220;sindrome di Amazon&#8221;. Non è una malattia, naturalmente, ma un&#8217;abitudine mentale che si è insinuata nella vita quotidiana: l&#8217;incapacità di aspettare.<br />
Si acquista un paio di scarpe online. Il sito comunica che la consegna arriverà domani. Informazione chiara, precisa, rassicurante. Tuttavia, basta sentire un rumore provenire dalla strada, il motore di un furgone che rallenta, il campanello del vicino, e subito si alza lo sguardo. Sarà il corriere? Sarà arrivato in anticipo? Lo sappiamo che il pacco non è previsto per oggi, ma non riusciamo a sottrarci all&#8217;attesa dell&#8217;immediato.<br />
Il punto non è Amazon. Amazon è semplicemente il simbolo più evidente di una rivoluzione più ampia. Abbiamo costruito un mondo in cui tutto deve essere disponibile subito. Un clic e l&#8217;ordine è fatto. Un altro clic e si segue il percorso del pacco. Un&#8217;applicazione informa in tempo reale sulla posizione del corriere. L&#8217;attesa, un tempo parte naturale di qualsiasi acquisto, è diventata un fastidio da eliminare.<br />
Eppure &#8211; non molti anni fa &#8211;  le cose funzionavano diversamente. Si decideva di comprare un paio di scarpe e si usciva di casa. Si raggiungeva il negozio, si cercava il modello desiderato, si verificava che ci fosse il numero giusto, si provavano le scarpe, si passava alla cassa e si tornava a casa. Nessuno considerava quel tempo una perdita. Era semplicemente il tempo necessario.<br />
Prima si sapeva aspettare perché non si conosceva la velocità. Non esisteva il confronto con un sistema capace di soddisfare ogni desiderio quasi istantaneamente. Oggi, invece, ciò che arriva domani sembra già in ritardo. E ciò che arriva tra una settimana appare intollerabilmente lontano.<br />
Abbiamo guadagnato comodità, e sarebbe sciocco negarlo. Sicché, acquistare dal divano è spesso più semplice ed economico, il progresso serve esattamente a questo: a ridurre tempi e complicazioni. Ma ogni conquista porta con sé qualche conseguenza inattesa.<br />
La conseguenza più evidente è che l&#8217;attesa non è più considerata una componente normale della vita. È diventata un&#8217;anomalia. Ci infastidisce aspettare una risposta, una consegna, una pratica amministrativa, perfino una conversazione. Tutto deve avvenire subito, perché tutto ormai sembra poter avvenire subito.<br />
La sindrome di Amazon non riguarda i pacchi. Riguarda noi. Riguarda una società che ha trasformato la velocità da opportunità a pretesa. E quando la velocità diventa una pretesa, qualsiasi ritardo, anche minimo, viene vissuto come un torto.<br />
Non siamo mai stati serviti così rapidamente e, nello stesso tempo, non siamo mai stati così impazienti. Più il mondo corre, meno siamo disposti ad aspettare. E così finiamo per controllare dalla finestra se il corriere sia arrivato, anche quando sappiamo perfettamente che arriverà domani.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://matteogrossi.eu/la-sindrome-di-amazon/">LA SINDROME DI AMAZON</a> proviene da <a href="https://matteogrossi.eu">matteogrossi.eu</a>.</p>
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