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	<description>Candidato con Letizia Moratti</description>
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		<title>LA SICUREZZA FAVORISCE LA LIBERTA&#8217;</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/la-sicurezza-favorisce-la-liberta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 20:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La Ragione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uso delle telecamere e riconoscimento facciale &#8211;  A Londra, nel quartiere di Croydon, sta nascendo un fraintendimento di fondo. Si racconta l&#8217;introduzione del riconoscimento facciale come una svolta inquietante, quasi una frattura con il passato, quando invece siamo di fronte all&#8217;evoluzione di qualcosa che è già presente da molto tempo. Non è l&#8217;inizio di una&#8230;&#160;<a href="https://matteogrossi.eu/la-sicurezza-favorisce-la-liberta/" rel="bookmark"><span class="screen-reader-text">LA SICUREZZA FAVORISCE LA LIBERTA&#8217;</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Uso delle telecamere e riconoscimento facciale &#8211; </em></p>
<p>A Londra, nel quartiere di Croydon, sta nascendo un fraintendimento di fondo. Si racconta l&#8217;introduzione del riconoscimento facciale come una svolta inquietante, quasi una frattura con il passato, quando invece siamo di fronte all&#8217;evoluzione di qualcosa che è già presente da molto tempo. Non è l&#8217;inizio di una nuova era del controllo, ma piuttosto il perfezionamento di<br />
quella in cui viviamo da anni. E tuttavia i numeri aiutano a capire la dimensione del fenomeno.<br />
La tecnologia di Live Facial Recognition si sta espandendo con una rapidità sorprendente. I numeri sono chiari quando raccontano che nel solo 2024 sono stati scansionati qualcosa come 4,7 milioni di volti. Un dato che non descrive solamente l&#8217;efficienza di un sistema, ma la sua diffusione. A questo si aggiunge l&#8217;impiego crescente di telecamere mobili installate su furgoni, pronte a pattugliare aree affollate, eventi pubblici e quartieri sensibili. In quel quartiere londinese la sorveglianza smette di essere sporadica e diventa una presenza costante.<br />
Ed è proprio qui che l&#8217;equivoco prende forma. Si descrive questa realtà come se fosse una novità assoluta, dimenticando che siamo già circondati da telecamere. Da quando usciamo di casa per andare al lavoro oppure a fare la spesa, fino a quando entriamo in banca o in un ristorante, veniamo ripresi continuamente. È la normalità delle società contemporanee. L&#8217;unica differenza è che oggi quella rete diventa più intelligente.<br />
Le telecamere tradizionali registrano e basta. Dopo un reato, si riguardano le immagini, si cercano elementi utili, spesso con tempi lunghi e margini di errore significativi. Il riconoscimento facciale consente invece di fare un passo in più: confrontare in tempo reale i volti con database di soggetti già segnalati, riducendo errori e aumentando l&#8217;efficacia dell&#8217;azione. Non si tratta di controllare tutti indiscriminatamente, ma di individuare meglio chi è già noto per rappresentare un rischio. E proprio questa capacità serve non soltanto a intervenire dopo ma anche a farlo prima, evitando più di un grattacapo a cittadini e forze dell&#8217;ordine. E in uno Stato di diritto distinguere è una garanzia, non una minaccia.<br />
Si obietta che in questo modo si mette sotto sorveglianza l&#8217;intera popolazione. Ma questo avviene già, nei fatti. La questione vera non è se esista controllo, ma se questo sia più o meno efficace, più o meno esposto all&#8217;errore umano. Un sistema che funziona male è più pericoloso &#8211; e costoso &#8211; di uno che funziona bene, perché lascia spazio all&#8217;errore umano, all&#8217; imprecisione e alle valutazioni soggettive.<br />
Un approccio garantista non può limitarsi a rifiutare la tecnologia. Deve governarla. Servono regole, limiti, controlli indi-pendenti, trasparenza. Dentro questo perimetro rinunciare a strumenti più precisi significa scegliere deliberatamente una sicurezza minore. E la sicurezza non è il contrario di libertà. E&#8217; una delle sue condizioni. Una società in cui è più difficile delinquere è anche una società in cui le persone possono muoversi con maggiore serenità e ovviamente più libertà.<br />
Il modello londinese può essere discusso, corretto e regolato ma non può essere liquidato come una deriva autoritaria solo perché utilizza strumenti più moderni e avanzati. La tecnologia non arretra, semmai avanza e si evolve. E una società libera non si difende rifiutando l&#8217;innovazione, ma usandola meglio. L&#8217;incongruenza piuttosto è un&#8217;altra: ci si allarma per algoritmi che riconoscono volti, mentre si accetta senza troppe domande un sistema di sorveglianza diffusa che esiste da anni. Forse il punto non è evitare ogni forma di controllo &#8211; cosa ormai impossibile &#8211; ma renderla più precisa, più limitata e più giusta.<br />
E soprattutto, fare in modo che serva a qualcosa.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong><br />
<em>Scritto per La Ragione</em></p>
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		<title>PIU&#8217; LIBERI E PIU&#8217; RICCHI</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/piu-liberi-e-piu-ricchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 15:38:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La Ragione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eu Inc. è il 28esimo regime societario europeo &#8211; Non esiste un mercato unico in Europa se per fare impresa bisogna attraversare 27 labirinti giuridici diversi. Possiamo abbattere le frontiere per le merci, armonizzare gli standard, parlare di libera circolazione quanto vogliamo; ma se un imprenditore deve riformare la propria azienda ogni volta che cambia&#8230;&#160;<a href="https://matteogrossi.eu/piu-liberi-e-piu-ricchi/" rel="bookmark"><span class="screen-reader-text">PIU&#8217; LIBERI E PIU&#8217; RICCHI</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Eu Inc. è il 28esimo regime societario europeo &#8211;</em></p>
<p>Non esiste un mercato unico in Europa se per fare impresa bisogna attraversare 27 labirinti giuridici diversi. Possiamo abbattere le frontiere per le merci, armonizzare gli standard, parlare di libera circolazione quanto vogliamo; ma se un imprenditore deve riformare la propria azienda ogni volta che cambia Paese, allora quel mercato è unico solo sulla carta. La proposta della Commissione europea sul cosiddetto Eu Inc. &#8211; il 28esimo regime societario &#8211; parte esattamente da qui. Non è un attacco alle sovranità nazionali né un tentativo di uniformare tutto. È più semplicemente l&#8217;introduzione di una libertà in più: quella di poter essere impresa europea fin dall&#8217;inizio, senza dover diventare esperti di diritto societario comparato o clienti permanenti di studi legali in mezza Europa.<br />
Ed è proprio questo il punto liberale della questione. Non si tratta di costruire nuove regole per tutti, ma di offrire una scelta. Chi vuole continuare a rimanere dentro i modelli nazionali potrà farlo; chi invece ha una vocazione transnazionale &#8211; e oggi accade sempre più spesso &#8211; potrà scegliere una forma giuridica unica, chiara e direttamente applicabile. Un regolamento, non una di-rettiva: ovvero certezza del diritto, immediata e identica in tutto il continente europeo. Per anni abbiamo raccontato ai giovani imprenditori che il loro orizzonte naturale era l&#8217;Europa. Poi li abbiamo costretti a fare i conti con i sistemi fiscali divergenti, burocrazie incompatibili, tempi amministrativi imprevedibili, con il risultato che molti hanno scelto scorciatoie fuori dal continente oppure hanno ridimensionato le proprie ambizioni. Non per mancanza di idee o capitali, ma per eccesso di ostacoli.<br />
In questo senso Eu Inc. è un atto di realismo. Non risolve tutto, sarebbe ingenuo pensarlo: le differenze fiscali restano, così come le questioni legate al diritto del lavoro e alla governance. Ma introduce un principio diverso: l&#8217;Europa non dev&#8217;essere solo uno spazio dove si commercia, deve diventare un luogo dove si può nascere, crescere e competere come impresa senza dover continuamente cambiar pelle.<br />
Vi è poi un altro elemento, meno discusso ma altrettanto rilevante. In un mondo in cui le grandi economie si muovono con velocità e dimensioni continentali, frammentare ulteriormente il tessuto imprenditoriale europeo è un lusso che non possiamo più permetterci. Se vogliamo che le nostre imprese (una volta superata la fase iniziale di startup) non restino intrappolate in una dimensione troppo piccola o finiscano per essere assorbite da operatori esteri, dobbiamo offrire loro un ecosistema coerente poiché la crescita è una questione non solo di capitale o talento ma soprattutto di contesto. E senza un contesto che accompagni lo sviluppo, anche le idee migliori rischiano di fermarsi prima di diventare grandi imprese.<br />
Le obiezioni non si faranno attendere e il rischio di arbitraggio normativo, le tutele dei lavoratori, il rapporto con i sistemi nazionali sono nodi veri che il Parlamento europeo dovrà affrontare con serietà. Sarebbe però un errore usare queste complessità come alibi per non fare nulla, perché l&#8217;alterativa non è la perfezione bensì lo status quo, un&#8217;Europa che continua a dirsi unita mentre &#8211; nei fatti &#8211; resta divisa proprio dove conta di più.<br />
Non bisogna avere dubbi: la possibilità di scelta, meno barriere inutili, maggiore certezza del diritto sono sempre un passo avanti. Ed Eu Inc. va esattamente in questa direzione. Non cancella, semmai aggiunge. E in quell&#8217;aggiunta c&#8217;è un&#8217;idea di Europa che smette di complicare la vita a chi crea valore e inizia, finalmente, ad accompagnarlo.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong><br />
<em>Scritto per La Ragione</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>DIFFICILE EQUILIBRIO FRA LIBERTA&#8217; E PERICOLO</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/difficile-equilibrio-fra-liberta-e-pericolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 09:19:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La Ragione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Tribunale di Milano chiamato a intervenire sui prodotti digitali &#8211;  Tra un mese esatto nelle aule del Tribunale civile di Milano non soltanto andrà in scena un contenzioso legale, ma sarà in gioco una questione ben più ampia: fino a dove può spingersi l&#8217;intervento dello Stato nel plasmare il funzionamento dei prodotti digitali con&#8230;&#160;<a href="https://matteogrossi.eu/difficile-equilibrio-fra-liberta-e-pericolo/" rel="bookmark"><span class="screen-reader-text">DIFFICILE EQUILIBRIO FRA LIBERTA&#8217; E PERICOLO</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Tribunale di Milano chiamato a intervenire sui prodotti digitali &#8211; </em></p>
<p>Tra un mese esatto nelle aule del Tribunale civile di Milano non soltanto andrà in scena un contenzioso legale, ma sarà in gioco una questione ben più ampia: fino a dove può spingersi l&#8217;intervento dello Stato nel plasmare il funzionamento dei prodotti digitali con l&#8217;obiettivo di proteggere, in questo caso, i più giovani. E un equilibrio delicato e particolarmente sensibile, perché mette a confronto due esigenze entrambe legittime: da un lato la tutela alla salute, dall&#8217;altro il rischio che la protezione finisca per trasformarsi in un eccesso di ingerenza.<br />
La richiesta avanzata dal Moige (Movimento italiano genitori), un&#8217;associazione non profit storicamente e culturalmente radicata nel mondo cattolico e impegnata in ambito educativo e nella protezione dei minori per esempio da pedofilia e bullismo, si presenta tanto ambiziosa quanto inedita: non si limita a chiedere un risarcimento né a invocare sanzioni, ma mira a ottenere una modifica strutturale del funzionamento delle piattaforme social. In altre parole, si chiede al giudice di intervenire sull&#8217;assetto stesso del prodotto. È un salto logico e giuridico notevole, perché implica attribuire al tribunale un ruolo che &#8211; fino a oggi &#8211; è stato proprio del mercato, della regolazione legislativa e, in ultima istanza, della responsabilità individuale.<br />
Non è una novità che i network usino meccanismi pensati per tenere le persone coinvolte, basati su ricompense che arrivano in modo imprevedibile. Che questi meccanismi possano avere effetti problematici, soprattutto sugli adolescenti, è un tema serio e documentato. Ma trasformare questa consapevolezza in una responsabilità giuridica che imponga la riprogettazione dei prodotti apre interrogativi che vanno ben oltre il caso specifico. Perché, se passa questo principio, diventa inevitabile chiedersi quale altro prodotto potrà essere giudicato per come è stato progettato al fine di influenzare i comportamenti. E a chi toccherà stabilire il confine fra uso e abuso, fra libertà e tutela?<br />
I dati citati &#8211; ore trascorse online, esperienze negative, disturbi in aumento &#8211; sono allarmi e non vanno sottovalutati. Sarebbe irresponsabile farlo. Ma altrettanto irresponsabile sarebbe attribuire a un solo fattore, per quanto pervasivo, la complessità del disagio giovanile. I social amplificano, non creano dal nulla. Sono uno strumento potente che riflette e spesso esaspera fragilità già presenti. Vi è poi un punto che una sensibilità liberale non può non osservare: la responsabilità educativa. Delegarla ai giudici o alle piattaforme è una scorciatoia che rischia di indebolire proprio quei soggetti &#8211; famiglia e scuola &#8211; che dovrebbero essere i pri-mi presidi. Pensare che una modifica dell&#8217;algoritmo possa sostituire il ruolo degli adulti è non soltanto illusorio, ma pericoloso.<br />
Questo non significa lasciare le piattaforme senza regole. Significa però distinguere fra regolazione e sostituzione.<br />
La prima è necessaria, la seconda è una resa. Trasparenza sugli algoritmi, strumenti di controllo per i genitori, limiti chiari per i minori: questo è il terreno su cui la democrazia del nostro mondo può e deve intervenire. Diverso è chiedere al giudice di decidere come debba funzionare un prodotto digitale nel dettaglio. La causa di Milano è dunque destinata a fare scuola non tanto per il suo esito, quanto per le domande che solleva. La più importante è invero molto semplice: vogliamo una società in cui tutti si assumano le proprie responsabilità nel gestire i rischi oppure una in cui si provi a eliminarli affidandosi alle decisioni dei giudici? Perché nel primo caso si cresce, nel secondo si delega. E una società che delega tutto, presto o tardi smette anche di capire.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong><br />
<em>Scritto per La Ragione</em></p>
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		<title>LESINARE AIUTA A NON GUADAGNARE</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/lesinare-aiuta-a-non-guadagnare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 10:24:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La Ragione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Investire nella ricerca e valorizzare quella che abbiamo &#8211;  Mentre quattro esseri umani scivolano eleganti oltre l&#8217;orbita terrestre &#8211; sospinti da decenni di studio, errori, finanziamenti e pazienza (quella stessa pazienza che sulla Terra sembriamo aver smarrito) &#8211; noi restiamo qui a discutere se la ricerca sia una spesa o un investimento, come se il&#8230;&#160;<a href="https://matteogrossi.eu/lesinare-aiuta-a-non-guadagnare/" rel="bookmark"><span class="screen-reader-text">LESINARE AIUTA A NON GUADAGNARE</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Investire nella ricerca e valorizzare quella che abbiamo &#8211; </em></p>
<p>Mentre quattro esseri umani scivolano eleganti oltre l&#8217;orbita terrestre &#8211; sospinti da decenni di studio, errori, finanziamenti e pazienza (quella stessa pazienza che sulla Terra sembriamo aver smarrito) &#8211; noi restiamo qui a discutere se la ricerca sia una spesa o un investimento, come se il futuro fosse una voce opzionale di bilancio e non l&#8217;unica eredità che valga la pena di lasciare. Perché la verità, piaccia o meno, è che Artemis II è il risultato di una civiltà che ha deciso di prendere sul serio la conoscenza. E infatti quei quattro astronauti non stanno semplicemente viaggiando intorno alla Luna, ma stanno dimostrando che il progresso è una scelta politica, economica e culturale.<br />
Noi italiani abbiamo invece scelto un&#8217;altra strada. Più pittoresca se vogliamo, sicuramente più economica nell&#8217;immediato perché investiamo poco, spesso male e poi ci condogliamo dicendo che *i cervelli non mancano&#8221;. Il che è vero, ma è anche il modo più elegante per dire che li regaliamo agli altri (come si faceva una volta con le opere d&#8217;arte durante le guerre, solo che oggi partono con una valigia e un dottorato invece che con una tela firmata). E così accade che molti dei contributi alla ricerca globale portano firme italiane scritte però su carta intestata straniera, perché i nostri giovani vanno dove la ricerca è considerata una necessità e non un lusso, dove un laboratorio non è una concessione ma un diritto, dove il futuro non viene rimandato alla prossima legislatura.<br />
Forse dovremmo cominciare da qualcosa di semplice e persino poco costoso: mostrare ai più giovani che la ricerca è una realtà concreta e accessibile. Portarli nei luoghi in cui si costruisce il futuro &#8211; come il centro principale dell&#8217;Agenzia spaziale europea situato a Frascati (l&#8217;Ersi, cuore dell&#8217;osservazione della Terra) &#8211; significherebbe far capire loro che anche qui, anche in Italia, esistono eccellenze nate da menti italiane. Vi è poi una circostanza che racconta molto di noi: negli ultimi anni è stato quasi più facile per il nostro Paese puntare alla Luna che ai Mondiali di calcio. Non è una provocazione, ma un fatto che parla di competenze e priorità: perché dietro Artemis II ci sono anche Leonardo e Thales Alenia Space, che contribuiscono in modo determinante alla costruzione dei moduli e delle tecnologie della missione. Roba italiana, concreta, industriale, che funziona.<br />
L&#8217;assurdità si fa ancora più evidente se guardiamo ai numeri: l&#8217;Italia investe in ricerca e sviluppo circa l&#8217;1,4% del Pil, una cifra che nel 2023 ha superato i 29 miliardi di euro ma che resta comunque inferiore alla media europea del 2,1% e a quella Ocse del 2,8%. E allora viene spontaneo chiedersi non cosa ci manchi, ma cosa potremmo diventare se solo decidessimo di pareggiare quegli investimenti. Nel frattempo altri progettano basi lunari, estraggono acqua dai crateri in ombra, immaginano stazioni di servizio nello Spazio come fossero autogrill cosmici. E tutto questo non nasce da un improvviso colpo di genio ma da investimenti continui, spesso invisibili, quasi noiosi, che però &#8211; come tutte le cose serie &#8211; funzionano.<br />
Resta poi un&#8217;altra verità: mentre impariamo a vivere altrove continuiamo a vivere male qui, perché siamo capaci di progettare habitat sulla Luna ma non di evitare disastri sulla Terra. In fondo la frase di Luca Carra, direttore del giornale online &#8220;Scienza in rete&#8221;, non è una contraddizione ma una diagnosi: «Sappiamo fare cose meravigliose quando guardiamo in alto e cose terribili quando guardiamo intorno». La differenza, ancora una volta, sta tutta in ciò su cui decidiamo di investire.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong><br />
<em>Scritto per La Ragione</em></p>
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		<title>Politica come un libro stampato</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/politica-come-un-libro-stampato-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 18:12:24 +0000</pubDate>
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		<title>POLITICA COME UN LIBRO STAMPATO</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/politica-come-un-libro-stampato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 11:56:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La Ragione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Crescono le pubblicazioni ma non il confronto fra e nei partiti &#8211;  Nel vedere la politica italiana così affaccendata fra emergenze dichiarate, campagne permanenti e presenze televisive, può essere ironico &#8211; e forse anche rivelatore &#8211; trovare il tempo per consegnarsi alla pagina scritta. Come se il libro rappresentasse ancora una forma di legittimazione più&#8230;&#160;<a href="https://matteogrossi.eu/politica-come-un-libro-stampato/" rel="bookmark"><span class="screen-reader-text">POLITICA COME UN LIBRO STAMPATO</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Crescono le pubblicazioni ma non il confronto fra e nei partiti &#8211; </em></p>
<p>Nel vedere la politica italiana così affaccendata fra emergenze dichiarate, campagne permanenti e presenze televisive, può essere ironico &#8211; e forse anche rivelatore &#8211; trovare il tempo per consegnarsi alla pagina scritta. Come se il libro rappresentasse ancora una forma di legittimazione più duratura del consenso, un tentativo di fissare in un oggetto silenzioso ciò che nella realtà quotidiana della politica appare invece continuamente sfuggente e contraddittorio. Così accade che, mentre le librerie si preparano ad accogliere i rituali del Premio Strega, arrivino sugli scaffali anche i volumi di alcuni leader di partito, quasi a suggerire che la competizione per l&#8217;attenzione pubblica non si svolga più solamente nelle piazze o in Parlamento ma anche fra copertine patinate e titoli programmatici, dove la politica prova a raccontarsi con una calma e una coerenza che raramente riesce a mantenere nella pratica. Del resto per costoro scrivere libri non è una novità. È anzi diventata negli anni una sorta di attività parallela: una seconda carriera che accompagna quella principale, come se il politico moderno avesse bisogno di duplicarsi. E infatti da una classifica dei politici-scrittori più prolifici emerge un dato che è insieme curioso e significativo: al primo posto si trova Matteo Renzi, con quattordici pubblicazioni. A distanza segue Carlo Calenda, che con una regolarità quasi industriale ha mantenuto il passo di un libro ogni anno e mezzo, aggiungendo ora un nuovo titolo a una produzione che sembra rispondere a una disciplina personale più che a una necessità politica immediata.<br />
Eppure, osservando questo fenomeno, viene da chiedersi se questa dedizione &#8211; certamente rispettabile e in qualche misura anche necessaria &#8211; non sottragga tempo ed energie a ciò che un tempo costituiva il cuore della politica: la costruzione di comunità, il rapporto diretto con i territori, la formazione di una classe dirigente diffusa e consapevole, capace non soltanto di rappresentare un partito ma di comprenderlo davvero.<br />
Forse, più che libri destinati a un pubblico che realisticamente resta limitato, sarebbe di buon senso dedicare quelle stesse ore a scrivere ad altre persone: ai militanti smarriti che hanno aperto sedi, spesso senza risorse e visibilità; a chi tiene in vita un simbolo in una provincia lontana dai riflettori; a chi si dichiara appartenente a un partito, ma sempre più sovente non saprebbe indicarne una sede fisica né descriverne con precisione i principi. E le nostre comunità ne sono piene. Perché la politica prima di essere racconto è trasmissione e prima di essere libro è parola condivisa, discussione, finanche fraintendimento corretto nel tempo.<br />
Un tempo le aggregazioni politiche &#8211; con o senza sede, ma sempre con una presenza reale &#8211; funzionavano come moltiplicatori del pensiero: il leader parlava, i tesserati ascoltavano, si confrontavano e poi riportavano quel pensiero nei loro quartieri, nelle loro città, nei loro paesi, trasformandolo in qualcosa di vivo e di discusso. Oggi invece si ha talvolta l&#8217;impressione che il libro sostituisca quel processo, trasformandolo in qualcosa di più elegante ma anche più solitario, più controllato ma meno efficace, come se la politica preferisse essere letta anziché praticata.<br />
E così, mentre le librerie si riempiono di titoli e i leader aggiungono un nuovo saggio alla propria bibliografia, resta il dubbio che la politica italiana scriva sempre di più proprio nel momento in cui parla meno con chi dovrebbe davvero ascoltarla.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong><br />
<em>Scritto per La Ragione</em></p>
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		<title>AUTOATTRIBUZIONI EVASIVE</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/autoattribuzioni-evasive/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 14:23:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La Ragione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Aumenta il recupero di soldi sottratti al fisco, ma i numeri dicono anche altro &#8211;  Fino a prova contraria, i numeri sono veri. Il problema nasce quando si decide cosa devono raccontare. È bene partire da qui, perché nel dibattito pubblico si tende spesso a confondere la contestazione politica con la negazione dei fatti. Il&#8230;&#160;<a href="https://matteogrossi.eu/autoattribuzioni-evasive/" rel="bookmark"><span class="screen-reader-text">AUTOATTRIBUZIONI EVASIVE</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Aumenta il recupero di soldi sottratti al fisco, ma i numeri dicono anche altro &#8211; </em></p>
<p>Fino a prova contraria, i numeri sono veri. Il problema nasce quando si decide cosa devono raccontare. È bene partire da qui, perché nel dibattito pubblico si tende spesso a confondere la contestazione politica con la negazione dei fatti. Il recupero dell&#8217;evasione fiscale ha raggiunto nel 2025 l&#8217;importo record di 36,2 miliardi di euro. È un risultato importante ed è corretto che venga segnalato come tale. Ma riconoscere un risultato non significa accettare automaticamente l&#8217;interpretazione politica. Quando il presidente del Consiglio Giorgia Meloni rivendica questo dato come frutto della «visione chiara» del suo governo, compie un&#8217;operazione che merita di essere analizzata con più attenzione di quanto consenta un videomessaggio.<br />
Il primo elemento da considerare è la dinamica temporale. Il recupero dell&#8217;evasione non nasce nel 2022, è un fenomeno in crescita da almeno un decennio, interrotto solamente dalla parentesi pandemica. Il secondo punto riguarda la composizione di quel risultato. Dei 36.2 miliardi di euro recuperati, oltre 26 derivano da attività ordinarie: controlli, versamenti spontanei successivi a segnalazioni, cartelle e osservanza delle regole. E qui che si gioca la partita vera ed è qui che si vede il lavoro di lungo periodo dell&#8217;amministrazione fiscale. Parliamo di meccanismi introdotti e sviluppati negli anni, a partire almeno dalla metà del decennio scorso, che hanno progressivamente reso più efficace il rapporto tra fisco e contribuente. Il dato più significativo &#8211; in tal senso &#8211; è quello dei versamenti volontari: quasi 16 miliardi di euro pagati dai contribuenti dopo aver ricevuto una comunicazione dall&#8217;Agenzia delle Entrate. È uno Stato che funziona meglio perché comunica meglio al cittadino e controlla in modo più intelligente. Le misure direttamente attribuibili all&#8217;attuale governo raccontano invece una storia diversa e molto più ridimensionata. Le attività straordinarie hanno prodotto nel 2025 meno di 3 miliardi di euro, circa 18% del totale. E la parte principale di queste risorse arriva alla cosiddetta &#8220;rottamazione quater&#8221;, cioè da un condono. I condoni aiutano a recuperare soldi nel breve periodo, ma hanno un effetto negativo in quanto fanno passare l&#8217;idea che non pagare subito le tasse non sia poi così rischioso. Se i contribuenti pensano che arriverà sempre una sanatoria, saranno meno incentivati a rispettare le regole. Per questo il governo può dire di aver fatto cassa, ma non di aver rafforzato davvero la legalità fiscale. Inoltre, i dati sono espressi in termini nominali ovvero non tengono conto dell&#8217;inflazione.<br />
Poiché negli ultimi anni i prezzi sono aumentati, una parte della crescita è solo apparente. Se si considera questo fattore, l&#8217;aumento resta significativo ma si riduce: circa +30% rispetto al 2022 e non +43% come indicato nei dati nominali. In altre parole, a scanso di equivoci: il risultato è sì positivo, ma meno impressionante di quanto sembri a prima vista.<br />
Tutto questo porta a una conclusione: il governo può legittimamente rivendicare di non aver interrotto un ciclo positivo e può finanche sostenere, con una certa plausibilità, di aver contribuito a mantenerlo stabile. Tuttavia non può attribuirsi in modo convincente la paternità di un risultato che deriva &#8211; in larga parte &#8211; da strumenti costruiti negli anni e da un&#8217;evoluzione amministrativa che precede l&#8217;attuale legislatura. Il rischio, altrimenti, è quello di confondere la gestione con la creazione e la continuità con l&#8217;innovazione.<br />
E in materia fiscale, dove la fiducia è già fragile, la precisione delle parole conta quasi quanto quella dei numeri.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong><br />
<em>Scritto per La Ragione</em></p>
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		<title>COMPARSA E PENSIONE SCOMPARSA</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/comparsa-e-pensione-scomparsa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 06:42:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La Ragione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da un film per il cinema sul sistema previdenziale &#8211;  La vicenda del pensionato che ha recitato come comparsa nel film &#8220;Ferrari&#8221; di Michael Mann e si è visto chiedere indietro 34mila euro di pensione, non è solamente un episodio curioso: è soprattutto un emblematico esempio di quanto spesso il rapporto tra cittadino e burocrazia&#8230;&#160;<a href="https://matteogrossi.eu/comparsa-e-pensione-scomparsa/" rel="bookmark"><span class="screen-reader-text">COMPARSA E PENSIONE SCOMPARSA</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Da un film per il cinema sul sistema previdenziale &#8211; </em></p>
<p>La vicenda del pensionato che ha recitato come comparsa nel film &#8220;Ferrari&#8221; di Michael Mann e si è visto chiedere indietro 34mila euro di pensione, non è solamente un episodio curioso: è soprattutto un emblematico esempio di quanto spesso il rapporto tra<br />
cittadino e burocrazia nel nostro Paese possa rivelarsi complicato e problematico.<br />
L&#8217;uomo, di 74 anni, aveva lavorato per due giorni sul set cinematografico allestito a Modena. Nulla di straordinario, solamente una comparsa tra le tante, 300 euro di compenso e qualche inquadratura tra la folla. Non un mestiere, non un ritorno alla vita lavorativa, ma un episodio occasionale. Eppure per l&#8217;Inps è diventato qualcosa di molto diverso: un reddito incompatibile con la pensione anticipata. La pensione in questione è stata ottenuta con &#8220;Quota 100&#8221;, una misura che consente di uscire prima dal lavoro ma vieta, fino al raggiungimento di una certa età, di cumulare redditi da lavoro salvo limiti molto ristretti.<br />
Paradossalmente è stato proprio il pensionato, in buona fede, a segnalare i 300 euro percepiti sul set. Eppure, nonostante il gesto trasparente &#8211; che in teoria avrebbe fatto guadagnare allo Stato anche qualche tassa &#8211; le regole vietano di lavorare oltre certi limiti senza rischiare la sospensione della pensione. Così, per proteggere la norma, si finisce per bloccare qualsiasi iniziativa marginale, costringendo le persone a restare ferme invece di lasciare che contribuiscano, anche solo di poco, alla collettività.<br />
Comunque, a seguito di questa decisione, l&#8217;Istituto di previdenza ha revocato la sua pensione e gli ha chiesto di restituire 34mila euro percepiti l&#8217;anno precedente.<br />
È qui che si misura la distanza tra la logica amministrativa e quella della realtà. Perché se è vero che le norme vanno rispettate, è altrettanto vero che devono essere interpretate con criterio. Non si può fingere che due giorni da comparsa equivalgano a un ritorno strutturato nel mercato del lavoro. Non si può trattare un episodio marginale come se fosse un&#8217;occupazione stabile.<br />
Non a caso la giustizia ha rimesso le cose al loro posto. Prima il Tribunale di Modena e poi la Corte d&#8217;appello di Bologna hanno stabilito che quell&#8217;attività era al massimo un lavoro autonomo occasionale, dunque compatibile con la pensione. Per dirla in maniera diversa: la norma non può essere applicata i gnorando la natura concreta dei fatti.<br />
Tale accadimento non va però archiviato come una semplice vittoria individuale, perché il problema sta a monte. Quando le regole sono scritte male o nascono dalla diffidenza generale, succede che la burocrazia le difende a tutti i costi, anche quando la realtà dice il contrario. Non perché ci sia cattiva fede &#8211; sia mai &#8211; tutt&#8217;altro: il problema è che il sistema premia chi segue le regole alla lettera, invece di chi valuta le situazioni con buon senso. Così ci si ritrova che per 300 euro si arriva a contestarne 34mila. E che per rimettere le cose a posto servono due gradi di giudizio.<br />
Il punto non è indulgere verso chi viola le norme, ma evitare che le norme diventino una gabbia cieca e che ogni attività, magari minima e occasionale, venga interpretata come un ritorno al lavoro, creando un sistema che scoraggia qualsiasi iniziativa e trasforma la previdenza in un vero e proprio campo minato burocratico.<br />
In un Paese che discute continuamente di lavoro, di pensioni e di sostenibilità del sistema previdenziale, forse sarebbe utile ricordare che le regole devono servire a governare la realtà, non a negarla.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong><br />
<em>Scritto per La Ragione</em></p>
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		<title>UN OSTACOLO ALLA DIGITALIZZAZIONE</title>
		<link>https://matteogrossi.eu/un-ostacolo-alla-digitalizzazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Grossi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 03:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La Ragione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La tassa sulla conservazione dei documenti in Cloud &#8211;  Prima di discuterne gli effetti, conviene spiegare di cosa stiamo parlando. La cosiddetta cloud tax non è una tassa generica sul digitale né un&#8217;imposta sui profitti delle grandi piattaforme. E l&#8217;estensione dell&#8217;equo compenso per copia privata &#8211; il balzello che già paghiamo su smartphone, tablet, hard&#8230;&#160;<a href="https://matteogrossi.eu/un-ostacolo-alla-digitalizzazione/" rel="bookmark"><span class="screen-reader-text">UN OSTACOLO ALLA DIGITALIZZAZIONE</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La tassa sulla conservazione dei documenti in Cloud &#8211; </em></p>
<p>Prima di discuterne gli effetti, conviene spiegare di cosa stiamo parlando. La cosiddetta cloud tax non è una tassa generica sul digitale né un&#8217;imposta sui profitti delle grandi piattaforme. E l&#8217;estensione dell&#8217;equo compenso per copia privata &#8211; il balzello che già paghiamo su smartphone, tablet, hard disk e chiavette &#8211; anche agli spazi di archiviazione in cloud. La logica è questa: poiché l&#8217;utente potrebbe effettuare copie private di opere protette da copyright, si applica una tariffa preventiva sui dispositivi o supporti capaci di memorizzarle, così da compensare gli autori per un danno presunto.<br />
Assomiglia a un processo alle intenzioni, in quanto non ti si accusa di aver violato il diritto d&#8217;autore ma si presume che tu possa farlo. E sulla base di questa possibilità si applica un costo. Ora questo schema viene trasportato nel mondo dell&#8217;archiviazione online. Il decreto è stato firmato dal ministro Alessandro Giuli e prevede una tariffa fino a 2,40 euro al mese per utente, calcolata per gigabyte: 0,0003 euro fino a 500 Gb e 0,0002 oltre tale soglia, con esenzione fino a 1 Gb. In questo modo l&#8217;Italia si appresta a essere il primo Paese al mondo a tassare la copia privata del cloud.<br />
Il punto è che l&#8217;equo compenso nasce in un&#8217;epoca analogica, quando si duplicavano Cd e Dvd.<br />
Trasportarlo nel cloud significa ignorare la natura stessa di questi servizi. Gli spazi di archiviazione online sono usati prevalentemente per conservare documenti, fotografie, backup personali e aziendali. Non sono strumenti pensati per la pirateria né la responsabilità per eventuali violazioni del copyright ricade sui fornitori del servizio.<br />
Non sorprende che dagli Stati Uniti la misura venga letta come l&#8217;ennesimo segnale ostile verso le aziende americane dacché il mercato del cloud in Italia è dominato da operatori statunitensi. Di conseguenza la maggior parte dell&#8217;onere ricadrebbe su imprese d&#8217;Oltreoceano. In un momento in cui il governo italiano ambisce a rafforzare i rapporti economici con Washington e a proporsi come hub tecnologico nel Mediterraneo, il messaggio che si manda è alquanto ambiguo: da un lato si invita a investire, dall&#8217;altro si moltiplicano i prelievi. Durante la visita a Washington dello scorso aprile la presidente del Consiglio Giorgia<br />
Meloni aveva parlato di collaborazione per evitare misure percepite come discriminatorie verso le società statunitensi. Oggi questa scelta rischia di produrre l&#8217;effetto opposto.<br />
Se non è in discussione la difesa del diritto d&#8217;autore &#8211; che nessuno mette in dubbio &#8211; è invece discutibile lo strumento scelto. In Italia esiste già un&#8217;imposta del 3% sui ricavi delle grandi piattaforme digitali con un fatturato superiore a 750 milioni di euro. La nuova tassa dovrebbe garantire circa 100milioni di dollari all&#8217;anno. Davvero qualcuno pensa che moltiplicando i prelievi si rafforzi la competitività? Ogni nuova imposizione aumenta i costi, complica il quadro normativo, disincentiva investimenti e rafforza l&#8217;idea che il digitale sia prima di tutto un serbatoio fiscale da cui attingere.<br />
Si proclamano piani per la digitalizzazione del Paese, per l&#8217;innovazione delle imprese, per la modernizzazione della pubblica amministrazione e poi si tassano gli strumenti che rendono possibile quella trasformazione. È un&#8217;impostazione che guarda al gettito immediato e non alla crescita strutturale. Colpire il cloud come se fosse un vecchio masterizzatore è il segno che non si è compresa la natura dell&#8217;innovazione. E&#8217; una scorciatoia fiscale travestita da tutela culturale.<br />
E il pericolo è sempre il medesimo: nel tentativo di proteggere il passato, si finisce per tassare il futuro.</p>
<p><strong>Matteo Grossi</strong><br />
<em>Scritto per La Ragione</em></p>
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